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Un italiano su 10 rinuncia a curarsi, ma la “pagella” del ministero della Salute promuove 18 Regioni su 21. Gimbe: “Non misura l’effettivo accesso alle cure”

Nel 2024 quasi 6 milioni di persone hanno rinunciato ad almeno una visita o a un esame prescritto, ma gli enti territoriali adempienti sui Lea sono saliti da 13 a 18. Cartabellotta: "Miglioramenti formali, non significa che la sanità sia improvvisamente migliorata"
Un italiano su 10 rinuncia a curarsi, ma la “pagella” del ministero della Salute promuove 18 Regioni su 21. Gimbe: “Non misura l’effettivo accesso alle cure”
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Nel 2024 sono state 5,8 milioni le persone che hanno rinunciato a curarsi in Italia. In un anno, la percentuale di cittadini che ha rinunciato a effettuare almeno una visita o un accertamento diagnostico prescritto è salita dal 7,6% al 9,9%. E questo nonostante la maggior parte delle Regioni sia stata formalmente promossa dal ministero della Salute: il monitoraggio dei Lea (Livelli essenziali di assistenza), realizzato con il Nuovo sistema di garanzia (Nsg), ha stabilito infatti che 18 Regioni o Province autonome su 21 risultano adempienti. Un deciso salto in avanti rispetto al 2023, quando erano solo 13. Si viene a creare così un paradosso per cui, mentre i sistemi di monitoraggio istituzionali validano il lavoro svolto dagli enti territoriali, il comportamento della popolazione evidenzia un peggioramento dell’accesso effettivo alle prestazioni. Una contraddizione che mette in dubbio il metodo di valutazione ministeriale.

A sottolineare questa contraddizione è la Fondazione Gimbe, che, analizzando la sintesi del “Monitoraggio dei Lea attraverso gli indicatori del Nsg per l’anno 2024”, pubblicata dal ministero della Salute lo scorso 10 luglio, evidenzia la capacità limitata di questo sistema di misurare l’effettiva esigibilità dei servizi essenziali da parte dei cittadini. “Quasi tutte le Regioni vengono ‘promosse’, ma nel frattempo aumentano la spesa privata e le rinunce alle prestazioni sanitarie. In tal senso, non possiamo concludere che la sanità sia improvvisamente migliorata. Bensì che la ‘pagella’ ministeriale abbia una capacità di misurazione limitata”, afferma Nino Cartabellotta, presidente di Gimbe.

Con il sistema attuale, per essere giudicate adempienti, Regioni o Province autonome devono raggiungere un punteggio di almeno 60 su 100 in ciascuna delle tre macro-aree, basate su specifici indicatori: prevenzione collettiva e sanità pubblica, assistenza distrettuale e assistenza ospedaliera. Le uniche tre inadempienti sono Calabria (assistenza distrettuale: 52 punti), Sicilia (prevenzione: 49) e Provincia autonoma di Bolzano (prevenzione: 59). Secondo la Fondazione, la soglia del sistema di valutazione è troppo bassa: sei delle 18 Regioni promosse hanno almeno una delle tre aree tra 60 e 69 punti. Se il limite minimo fosse portato a 70, le Regioni adempienti scenderebbero da 18 a 12. Con una soglia di 80, ne rimarrebbero appena 5.

“Limitandosi alla distinzione tra Regioni adempienti e non – commenta Cartabellotta -, il divario Nord-Sud risulta apparentemente ridotto, perché nel Mezzogiorno restano inadempienti solo Calabria e Sicilia. Ma, fatta eccezione per la Puglia, tutte le altre Regioni meridionali si collocano nella parte inferiore della classifica o presentano almeno un’area di poco superiore alla sufficienza. Aumentano dunque le ‘promozioni’ formali, ma la frattura territoriale rimane ben visibile”. Nella classifica rielaborata da Gimbe, sommando i punteggi delle tre macro-aree, il Veneto è in testa con 288 punti, seguito da Emilia-Romagna 282, Toscana 280, Piemonte 272 e Provincia di Trento 271. In fondo ci sono Calabria 189, Molise 192, Sicilia 196, Basilicata 205 e Bolzano 206. Nelle prime dieci posizioni, sette Regioni sono del Nord, due del Centro e solo una del Sud, la Puglia. Nelle ultime sette, esclusa Bolzano, ci sono solo Regioni meridionali. Rispetto al 2023, 15 Regioni migliorano, cinque peggiorano e il Veneto resta invariato. I progressi migliori li registrano Valle d’Aosta, +48 punti, e Abruzzo, +47. Il peggioramento più forte è delle Marche, -11, seguito da Provincia di Trento, -7, e Toscana, -6.

Secondo Gimbe, la quota di popolazione che ha rinunciato a visite ed esami rappresenta un segnale rilevante di domanda sanitaria rimasta insoddisfatta. La ‘pagella’ con cui lo Stato verifica l’adempimento delle Regioni certifica solo il superamento di una soglia amministrativa minima. Non misura però la qualità dell’assistenzal’equità di accesso ai Lea, né documenta le diseguaglianze interne alle Regioni. Per questo la Fondazione chiede al ministero della Salute e alle Regioni di rivedere le regole, affinché diventi uno strumento di rendicontazione pubblica e di miglioramento continuo: più indicatori, soglie più elevate, dati tempestivi e misure capaci di rilevare l’accesso reale alle prestazioni, le liste d’attesa, le rinunce, gli esiti e le diseguaglianze territoriali, oltre a meccanismi che valorizzino i progressi e la riduzione dei divari. “Altrimenti, il ’60 politico’ rischia di promuovere tutte le Regioni, ignorando le persone alle quali viene negato il diritto alla tutela della salute”, conclude Cartabellotta.

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