Una retromarcia o una promessa rimangiata. Fatto sta che il Pd ha deciso che l’acqua pubblica a Reggio Emilia non s’ha da fare. Contrariamente a quanto già stabilito gli scorsi anni, con votazioni in consiglio comunale all’epoca definite storiche, il Partito democratico ha voltato le spalle ai cittadini che dal referendum del 2011 attendevano il momento della ripubblicizzazione del servizio idrico integrato. In una riunione del direttivo provinciale, la maggioranza quasi assoluta dei presenti (solo tre i voti contrari) ha deciso di bocciare il piano che prevedeva di passare dalla multiutility Iren alla gestione pubblica già dal prossimo anno, dopo la scadenza del contratto già prorogato con la società.

Tutto sembrava già pronto per il passaggio, ma i numeri del piano di fattibilità non hanno convinto i politici, nonostante questi fossero già noti da tempo e la bandiera dell’acqua come bene comune affidato nuovamente i sindaci fosse stata utilizzata anche nelle recenti campagne elettorali delle amministrative del 2014, tra cui quella del sindaco di Reggio Emilia Luca Vecchi. Ad un tratto però, l’investimento è risultato infattibile agli occhi del partito. Si parla di una somma di circa 220 milioni di euro, anche se la cifra, secondo l’assessore Ambiente del Comune reggiano Mirko Tutino, che da delegato in provincia in questi anni ha seguito il percorso di ripubblicizzazione, si ridurrebbe a circa 120 milioni, ripagabili gradualmente con le tariffe, a fronte di un investimento duraturo. Il Pd però è stato irremovibile, puntando il dito sui tagli ai Comuni e sui vincoli della legge di stabilità: “I numeri messi in evidenza nello studio di fattibilità intrecciati con questo contesto normativo nazionale, mettono potenzialmente a repentaglio l’equilibrio economico-finanziario di numerosi Comuni già ad oggi espropriati della propria autonomia di bilancio – si legge in una nota – Questo significa che è necessario individuare un’altra soluzione tecnica, che garantisca a Reggio Emilia il più possibile il controllo della ‘sua’ acqua, della sua qualità, del suo costo, della sua gestione, andando oltre l’attuale sistema e rispettando quello che è il dettato delle norme di bilancio, anche attraverso gli opportuni strumenti societari”. A giustificazione della scelta, la direzione del partito ha ricordato che la proprietà delle reti in provincia è già pubblica e che il servizio idrico reggiano “è riconosciuto come ai massimi standard di qualità a livello nazionale. Questa qualità va difesa ed incrementata secondo i principi di territorialità, trasparenza e controllo per evitare derive speculative nelle modalità di gestione ed anche per assicurare corrette politiche tariffarie che tutelino i cittadini”.

La direzione ha dato mandato ai propri amministratori locali ed esponenti nazionali di cercare soluzioni alternative sul tema, che vadano nella direzione dell’esito referendario. Eppure qualcuno è pronto a giurare che la scelta di non procedere alla ripubblicizzazione arrivi proprio da Roma, e in particolare dall’ex sindaco e oggi ministro Graziano Delrio, che al tempo fu tra gli artefici del progetto per l’acqua pubblica. “Il diktat sull’acqua pubblica arriva da Roma – ha scritto su Facebook Francesco Fantuzzi, del comitato Acqua bene comune – Chi non vuole la ripubblicizzazione del servizio idrico a Reggio Emilia è l’ex sindaco Delrio, ovvero colui che ha creato il mostro Iren, il cui insuccesso è sotto gli occhi di tutti e sulle spalle degli utenti”.

La questione sta infuocando da settimane il dibattito nella provincia emiliana, dove a sostenere la causa dell’acqua pubblica è intervenuto perfino il segretario Fiom Maurizio Landini con la sua Coalizione sociale e oltre cento intellettuali hanno già sottoscritto la petizione online “Cittadini per l’acqua pubblica”. L’appuntamento più atteso però è per il 12 giugno a Reggio Emilia, dove il comitato Acqua bene comune ha organizzato una manifestazione contro la decisione di bloccare all’ultimo momento un processo che va avanti da quattro anni proprio in occasione del quarto compleanno del referendum che nel 2011 in tutta la provincia emiliana portò 250mila cittadini a votare per la ripubblicizzazione dell’acqua.