E’ “inaccettabile” che “la città della lupa diventi la città della mucca“. A Roma sono stati “superati i livelli di guardia dello squallore” e per questo “non faremo i finti tonti“. Ma gli indagati, se sono membri del suo governo, restano al loro posto. Affrontando a Genova il tema dello scandalo Mafia Capitale, Matteo Renzi promette battaglia contro la criminalità organizzata ma difende Giuseppe Castiglione, sottosegretario all’Agricoltura iscritto nel registro degli indagati della Procura di Catania per l’appalto da 100 milioni al Cara di Mineo: “Ho 5 sottosegretari indagati. Non chiederò mai le dimissioni per un avviso di garanzia”.

“Il Pd è coinvolto? Mi dicano chi è coinvolto, lo cacciamo e deve stare in carcere fino all’ultimo giorno”, promette il premier intervistato a ReplIdee, nel capoluogo ligure. Tra coloro che hanno fatto affari con la cricca capeggiata da Massimo Carminati e Salvatore Buzzi non ci sono il sindaco di Roma e il presidente della Regione Lazio: “Marino e Zingaretti sono completamente altro rispetto alla cricca. Dobbiamo riconoscere i colpevoli veri, non si può sparare nel mucchio e fare di tutta l’erba un fascio – continua Renzi – anche Tangentopoli, che pure ha fatto grande operazione di pulizia in Italia, mi sembra aver dato l’impressione certe volte di puntare a una grande opera di moralizzazione pubblica più che all’arresto dei colpevoli”.

La giustizia deve fare il suo corso, è il Renzi-pensiero. Ma di far dimettere gli indagati non se ne parla. Non c’è motivo che chi è indagato si dimetta, specifica il premier rispondendo alla domanda sulla posizione di Giuseppe Castiglione: “Io ho anche un padre indagato a Genova. Se ragiono su avvisi di garanzia, i miei figli non avrebbero dovuto vedere il nonno. Ho 5 sottosegretari indagati io credo che un cittadino è innocente fino a prova contraria. Non chiederò mai le dimissioni per un avviso di garanzia. Noi siamo dalla parte della giustizia, non del giustizialismo”.

Poi però c’è bisogno di fare pulizia nel Pd, protagonista dello scandalo che imperversa da dicembre sull’amministrazione capitolina. Vedendo quanto emerge dalle inchieste su Roma e Mineo sui centri per gli immigrati “stiamo superando il livello di guardia nella scala dello squallore, ma noi non faremo i finti tonti… C’è in Italia una parte consistente dell’economia in mano della criminalità organizzata. Questa battaglia va fatta giorno per giorno, porta a porta”, anche “contro la corruzione che è gravissima. Bisogna che gli scandali vengano fuori e chi ha corrotto deve lasciare. Se sei stato condannato, vai subito a casa”.

Una difesa a tutto campo quella del premier, cui fa seguito tuttavia un parziale mea culpa: “Sono stati sufficienti i passi che abbiamo fatto? Evidentemente no“, ammette il premier. Che sull’altro caso politico che causa forti fibrillazioni nel Partito Democratico, quello di Vincenzo De Luca, annuncia: “Dal punto di vista tecnico non ci sarà nessun favoritismo” nei confronti del governatore in pectore della Campania per quel che riguarda la sospensione per effetto della Severino.