A un certo punto ha inforcato il joystick e si è messo a giocare alla playstation con Matteo Orfini, ma questo non vuol dire che Matteo Renzi non fosse arrabbiato. La foto, subito twittata dal portavoce Filippo Sensi, era naturalmente per loro: i gufi. “Ce l’ha fatto la sinistra masochista a farci perdere la Liguria”, ha commentato il presidente del Consiglio nella sede del Nazareno secondo i retroscena dei quotidiani. Se solo un anno fa il segretario sfoggiava la camicia della vittoria alla guida del “Pd monstre “da oltre 40 per cento di voti, ora la scena si è ribaltata. Insomma gira la ruota. E tra un goal e l’altro, Renzi ha cominciato a studiare la sua vendetta: “D’ora in poi parliamo di lealtà”, “non caccio nessuno, ma basta correnti”, avrebbe detto ai suoi secondo Corriere della Sera e Repubblica.

Sia chiaro che il capo del governo non ha intenzione di cambiare l’agenda in Parlamento, ma ora sa che deve affrontare il problema che per troppo ha ignorato: il controllo del partito. Il Pd gli sfugge di mano, quello della classe dirigente sul territorio, quello dei volontari e dei circoli. Sfugge e deve fare qualcosa al più presto. Nei giorni scorsi era tornata la tentazione di spedire Maria Elena Boschi al Nazareno, ma per ora sono tutte ipotesi quando ancora il risultato è troppo fresco.

Il nemico di Renzi resta la sinistra Pd, quella che se ne è andata con “il pallone” in Liguria. Sergio Cofferati raggiante in televisione commentava i risultati di Pastorino, un’altro che se ne andato insieme a Pippo Civati e alla eurodeputata Elly Schlein. Al Nazareno ripetevano che i voti persi non sono andati lì ma piuttosto ai grillini, ma tant’è che è stata comunque una costola in meno e un problema in più da gestire. C’è poi la Campania, quella dove è entrata in campo Rosy Bindi (secondo il leader Pd) a dire a 48 ore dal voto, che il candidato De Luca era impresentabile. Dice Repubblica che nelle scorse ore girasse un manifesto elettorale nei cellulari dei renziani della Bindi a fianco di De Luca alle scorse elezioni. Poi c’è il rospo più grande da ingoiare: i leader vincitori nelle Regioni hanno poco a che vedere con il presidente del Consiglio. Basta citare Michele Emiliano, l’ex sindaco di Bari che vince a mani basse in Puglia e ora punta a scalare il partito: non ha avuto nemmeno bisogno di un comizio di sostegno del segretario e il suo modello “Puglia” è insidioso già ancora prima di cominciare.

A mettere la faccia sul voto il giorno dopo Renzi ha spedito Debora Serracchiani e Lorenzo Guerini, i due vicepresidenti del Partito. “Vittoria netta per 5 a 2”, ha detto la presidente del Friuli Venezia Giulia. “Ma c’è amarezza per la Liguria dove una sinistra irresponsabile festeggia per la vittoria della destra”. Intanto il presidente del Consiglio è in Afghanistan a fare visita ai militari italiani e di elezioni forse parlerà più tardi.