A Rimini l’Agenzia per le Entrate obbliga le sex worker (lavoratrici sessuali) ad aprire una partita Iva anche se quel mestiere non esiste sulla carta. Si usano però tre sentenze come punto di riferimento. Dicono tutte che una prostituta deve pagare le tasse e tutto ciò avviene da tempo e senza fornire a donne e uomini che si prostituiscono alcuna garanzia di diritti. Quando i parlamentari discutono di disegni di legge che propongono una regolarizzazione non lo fanno (solo) perché all’improvviso si sono accorte del fatto che anche le prostitute hanno dei diritti. Piuttosto sanno che una legge è necessaria per prendere atto di qualcosa che succede già.

L’Agenzia delle Entrate ha già deciso che si tratta di un lavoro a tutti gli effetti e che gli introiti di quel lavoro sono leciti. Fossero considerati illeciti non si potrebbero tassare, questo deve essere chiaro a tutt*. Una voce che viene suggerita per la partita Iva, in assenza della regolamentazione della prostituzione, è quella di “servizi alla persona“. E i pagamenti di cartelle esattoriali, le cui cifre sono stabilite a partire dall’analisi del modello di vita di una prostituta, devono avvenire con le stesse scadenze stabilite per chiunque.

Allora le sex workers chiariscono che se devono pagare le tasse hanno diritto a esercitare la propria professione fruendo di tutti i diritti pensati per qualunque altro lavoratore. Vogliono evitare di finire in galera per favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione, reato scritto sulla Legge Merlin, quando lavorano assieme a un’altra collega. Vogliono poter esercitare al chiuso, riunendosi in imprese autonome che non sono affatto le case chiuse gestite dallo Stato. Vogliono poter lavorare in zone predisposte e controllate, affinché siano ridotti al minimo i rischi e sia possibile non rivolgersi alla protezione della criminalità organizzata. Vogliono pagare i contributi e ottenere una pensione. Voglio poter vivere senza lo stigma che hanno sulla testa e vogliono che non vi sia alcun ostruzionismo da parte di chi pensa di schedarle, costituendo il registro delle puttane, quando in realtà servirebbe solo maggiore sicurezza pensata per la loro incolumità e la salute delle prostitute e dei loro clienti.

Se tutto ciò, come auspicano le abolizioniste assai strafottenti su quel che sta succedendo al momento in Italia alle sex workers, non dovesse essere garantito e in Parlamento ancora una volta faranno in modo di evitare di parlare di quel che va regolarizzato per dare fiato agli umori di cavalieri senza macchia e senza paura e di matrone bacchettone che intendono proibire per salvare i corpi di donne che non vogliono essere salvate, allora le prostitute dicono con chiarezza che deve essere permesso loro di non pagare le tasse. Niente diritti civili e niente tasse. Si ai diritti civili e si alle tasse. Perché lo scambio per qualunque cittadino è esattamente questo e deve essere equo. Se io lavoro in nero lo Stato non mi tassa senza offrirmi la possibilità di fare vertenza al mio datore di lavoro.

Se non esiste una voce adeguata che rappresenti il sex working non c’è davvero nulla da pagare. Per cosa, poi? La Cassazione dice comunque altro. Con la sentenza n. 20528/2010 si stabilisce che “quanto all’esercizio dell’attività di prostituta […] non vi è dubbio alcuno che anche tali proventi debbano essere sottoposti a tassazione, dal momento che pur essendo una attività discutibile sul piano morale, non può essere certamente ritenuta illecita”.

Con la sentenza n. 10578/2011 si decide che “seppur contraria al buon costume, in quanto avvertita dalla generalità delle persone come trasgressiva di condivise norme etiche che rifiutano il commercio per danaro del proprio corpo, non costituisce reato” perciò la prostituzione è tassabile. Un’altra sentenza del 2013 dice che le prostitute devono pagare le tasse come chiunque altr@.

Quando accadrà, dunque, che le sex workers potranno contare su una forma di regolarizzazione? Senza essere respinte ai margini dalle ordinanze dei sindaci, senza essere considerate tutte quante vittime di sfruttamento anche se non lo sono, senza poter contare su diritti che le più fanatiche delle abolizioniste dicono non sia necessario garantire.

Tanto sono poche, e tanto chissenefrega e tanto saranno tutt* papponi e donne colluse coi papponi, e di bugia e infamia unite ad altre bugie e infamie, diffuse dalle abolizioniste, si nasconde la testa sotto il tappeto e mentre si diffonde il verbo ed uno sguardo pietoso che certa umanità dirige verso le vittime di tratta, certamente da difendere, si evita di considerare le sex workers che vogliono la regolarizzazione come persone che bisogna considerare in grado di intendere e volere e di decidere della propria esistenza.

Perciò al momento possiamo così sintetizzare la situazione italiana: da un lato ci sono persone di buon senso che cercano di restituire diritti a chi li chiede e dall’altro ci sono persone ideologicamente integraliste, fino a scadere nel fanatismo, che si comportano come le più feroci antiabortiste che continuano a imporre a te il proprio punto di vista senza lasciarti alcuna libertà di decidere. Ma a parte queste “poche” anime abolizioniste che imperversano per il web e vengono rappresentate dalla parte piddina più moralista, voi, tutt* voi, volete dire a voce alta quello che pensate? Siete d’accordo o no con la regolarizzazione della prostituzione?