Assunti per lavorare in Expo e poi licenziati. La questura di Milano dà l’altolà, la società Expo nega l’accredito per i lavoratori, le imprese li lasciano a casa. E così partono le lettere di diffida e i ricorsi in tribunale. Dopo le numerose segnalazioni che stanno fioccando in queste prime settimane dell’esposizione universale, il caso dei permessi negati ai lavoratori prende anche le vie legali. “Quello che sta emergendo – spiega Antonio Lareno, responsabile Cgil per Expo – riporta indietro l’orologio della storia dei diritti al lavoro e sul lavoro ai primi anni ’70 e richiama lo spionaggio sistematico organizzato allora dalla Fiat. Le situazioni che si palesano alla Cgil sono gravi e violano lo statuto dei lavoratori e la legge sulla privacy“.

Ma per comprendere la vicenda dei lavoratori licenziati, bisogna risalire alla radice del problema. Le aziende che svolgono la propria attività all’interno del sito devono comunicare i dati dei propri dipendenti a Expo spa attraverso la cosiddetta “piattaforma accrediti“. Non è richiesta alcuna informazione sulla fedina penale del personale. Questi dati sono poi trasmessi alla questura di Milano, che svolge una verifica sui nominativi ricevuti. In base alle informazioni in possesso, la polizia dà un parere positivo o negativo al rilascio del permesso. Ma qui sorgono i problemi. Innanzitutto, non è dato sapere quali siano i criteri in base ai quali la questura esprime il suo giudizio. Per questioni di privacy, a Expo non sono comunicate le motivazioni di un eventuale no. Eppure, denunciano i sindacati, ci sono casi di persone con la fedina penale pulita. La conclusione logica è che la polizia basi il suo parere anche su informazioni che vanno al di là delle eventuali condanne a carico della persona. A quel punto, Expo si adegua alle indicazioni della questura e nega i permessi in caso di riscontro negativo. E le aziende, preso atto dell’impossibilità di fare lavorare il dipendente all’interno del sito, in diversi casi hanno proceduto con i licenziamenti.

Inevitabile, dunque, che la vicenda si sposti sul piano legale. Come nel caso di Ugo, nome di fantasia. A inizio aprile, il giovane è stato assunto con contratto part time della durata di tre mesi, fino a luglio, da Coop Lombardia. Il ragazzo ha frequentato corsi di addestramento e di formazione. Il 30 aprile la doccia fredda: a Ugo è comunicato il licenziamento, a causa del pass negato dalla questura. Il provvedimento è stato subito impugnato dagli avvocati dello studio legale Paulli, Pironti e Laratro, legato al collettivo San Precario. “Ho verificato il mio casellario giudiziale ed è pulito – spiega il ragazzo – Ai tempi dell’università, ho partecipato al movimento studentesco e frequento i centri sociali. Mi viene il sospetto che per questo motivo la questura mi abbia negato l’accredito. Sarebbe un precedente gravissimo, mi ricorda periodi della storia dove potevi lavorare solo se avevi una certa tessera in tasca”.

Allo stesso tempo, si è mossa la Camera del lavoro Cgil di Milano. Il caso è quello di un’azienda operativa all’interno dell’esposizione universale, che ha licenziato il lavoratore in seguito al diniego dell’accredito. Così, su segnalazione del sindacato, sono partite le lettere di diffida all’impresa e alla società Expo. Nella missiva si cita la lettera di licenziamento: “A seguito di una verifica delle autorità competenti di pubblica sicurezza”, Expo ha negato “l’autorizzazione all’accesso sul luogo di lavoro”. Si chiede quindi la riassunzione del lavoratore e, in caso contrario, si annuncia l’intenzione di agire “in ogni sede che riterremo opportuna per segnalare l’abuso commesso”.

La Cgil ha poi chiesto e ottenuto una convocazione urgente dell’Osservatorio permanente Expo 2015, la struttura conciliativa che riunisce la società dell’esposizione universale, le aziende presenti nel sito e i sindacati. Al centro della seduta, che si terrà il 29 maggio, sarà quella che la Cgil denuncia come violazione dell’articolo 8 dello statuto dei lavoratori, che vieta al datore di lavoro di “effettuare indagini, anche a mezzo di terzi, sulle opinioni politiche, religiose o sindacali del lavoratore, nonché su fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell’attitudine professionale del lavoratore”.