Un nuovo processo con una nuova accusa, ma sempre lo stesso imputato e sempre lo stesso contesto. Martedì 12 maggio al Tribunale di Torino comincia l’udienza preliminare del procedimento 14263/13 contro Stephan Schmidheiny, imprenditore svizzero ex proprietario dell’Eternit Italia. I fatti “storici” sono gli stessi del processo chiuso in Cassazione il 20 novembre 2014, con un’esplosione di polemiche dopo che la Corte ha assolto Schmidheiny dichiarando prescritti i reati di omissione di cautele e disastro ambientale. Ora l’accusa formulata dai pm Gianfranco Colace e Raffaele Guariniello è omicidio volontario aggravato dai motivi abietti (la volontà di profitto) e dall’uso di un mezzo insidioso (l’amianto) per la morte di 258 persone ammalate di mesotelioma, il cancro non guaribile provocato dalla fibra killer. Le vittime sono ex dipendenti della multinazionale e cittadini di Cavagnolo (To), Casale Monferrato (Al), Rubiera (Re) e Bagnoli (Na), città dove l’azienda aveva i suoi stabilimenti. Il tribunale, rappresentato dal gup Federica Bompieri, ha riservato le maxi-aule 1 e 2. Se l’impostazione venisse confermata si aprirebbe un processo davanti alla Corte d’assise, con due giudici togati e sei giudici popolari, e Schmidheiny rischierebbe una condanna pesante.

L’omicidio volontario. In tre pagine e mezzo la procura spiega che Schmidheiny era a conoscenza dei tumori mortali provocati dall’amianto, ma – pur di risparmiare – non ha fatto nulla per rendere più sicuri i luoghi di lavoro. “Per mero fine di lucro decise di continuare le attività”, si legge nel capo di imputazione. Anzi l’imprenditore svizzero avrebbe pure attuato un’opera di disinformazione rassicurando i dipendenti sulle condizioni di lavoro e sui rischi provocati dall’amianto. Elementi emersi nel corso della prima grande indagine. Allora perché fare un processo con un nuovo reato? “È la Cassazione che, nella sua sentenza, ha indicato quale fosse il tipo di processo da fare, quello per omicidio e non per disastro”, afferma l’avvocato Sergio Bonetto che assiste i familiari di alcune vittime. La procura, che aveva aperto anni fa il fascicolo Eternit Bis, ha aspettato quella sentenza per andare avanti. L’eccezionalità di questa indagine però è nell’accusa di omicidio volontario, diverso dall’omicidio colposo contestato in altri casi di morti sul lavoro: “Qui siamo nel caso del ‘dolo eventuale’ che si ha quando qualcuno prevede il rischio della morte ma si mantiene lo stesso atteggiamento senza prevenire. Schmidheiny sapeva che sarebbero morti parecchi lavoratori e di fronte a questo dato ha cercato di coprire la sua attività e le sue responsabilità personali attuando anche campagne disinformative”, sostiene.

I rischi del processo. L’udienza preliminare si aprirà subito con una richiesta al gup Bompieri. La annuncia il professore Astolfo Di Amato, difensore del manager sotto accusa: “La prima eccezione che solleveremo è il ne bis in idem”. E’ il principio secondo il quale una persona non può essere processata due volte per lo stesso fatto: “Ciò che viene contestato oggi a Schmidheiny è la stessa cosa che gli è stata contestata in passato, ma cambia la qualificazione giuridica. Nel primo processo lo si accusava di un disastro che ha provocato molti decessi e ora lo si accusa dei decessi. Tuttavia ciò che importa per la Corte europea dei diritti dell’uomo è il fatto”. Il rischio, invece, non ci sarebbe secondo Bonetto “data la pronuncia della Cassazione, la quale ha sostenuto che il processo per disastro ambientale non doveva neanche cominciare e lo ha annullato”.

Secondo il difensore dell’imputato il principio vale anche per gli ultimi decessi avvenuti, non contestati nel primo processo perché “la procura aveva sostenuto che la lista dei deceduti era esemplificativa, rappresentava una parte di tutti i morti. Tuttavia la condotta contestata è assolutamente identica ed è ciò che conta”, continua Di Amato.

Quindi dopo la delusione suscitata dalla Cassazione un altro stop potrebbe scoraggiare i familiari delle vittime: “Noi diciamo subito chiaramente che non è possibile andare avanti con questo processo”, afferma Di Amato. E il rischio della prescrizione che ha fatto annullare il primo processo? Potrebbe essere pari a zero se resta l’accusa di omicidio volontario, “ma se invece viene derubricata in omicidio colposo bisognerà valutare caso per caso e forse resterebbero nel processo solo i decessi più recenti”, afferma Bonetto, secondo il quale “per qualcuno c’è una speranza ragionevole ed è molto improbabile che il processo finisca nel nulla”.

Battaglie e risarcimenti. Sebbene gli abitanti di Casale Monferrato continuino a mobilitarsi e stiano organizzando la loro partecipazione al processo, solo una cinquantina di persone si costituirà parte civile in questa fase: “Alcuni non ne vogliono sapere, molti resteranno a vedere come vanno le udienze preliminari e molti hanno transato”, racconta Bonetto. Molti casalesi e molti cittadini di Bagnoli stanno accettando le offerte di risarcimento di Schmidheiny: “Ci sono migliaia di persone che sono state indennizzate e altre continuano ad aderire – spiega Di Amato -. Sette anni fa la Bacon AG, una delle società che fa capo a Schmidheiny, ha lanciato un’offerta di assistenza: viene data subito una somma legata al periodo di servizio nel periodo ‘svizzero’ e all’entità della malattia. La definizione dell’accordo avviene in breve tempo”. Per tanti accettare quella che era stata definita “l’offerta del diavolo” è l’unica soluzione per avere un po’ di giustizia.