Non è solo che aumentano ancora le armi prodotte in Italia per l’esportazione. Il fatto è che i caccia militari sauditi, compresi gli Eurofighter acquistati da Finmeccanica, continuano a bombardare lo Yemen. E sono affiancanti nell’offensiva delle forze aeree di Emirati Arabi, Egitto, Bahrein, Giordania, Qatar e Kuwait: anche questi clienti dell’industria bellica italiana. Proprio così, le armi italiane arrivano dove non dovrebbero. Ed è pure scritto nell’ultima Relazione al parlamento sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento, riferita all’anno 2014, consegnata il 30 marzo scorso dal Sottosegretario di stato alla presidenza del consiglio dei ministri alle cinque commissioni permanenti di Camera e Senato. Ma nessuno batte ciglio, se non le associazioni per il disarmo e il circuito Nigrizia, che segue da sempre la polveriera africana. Eppure quelle stesse armi in Yemen colpiscono obiettivi militari dei ribelli sciiti ma anche quartieri residenziali, campi profughi, strade, ponti, mercati, mezzi pubblici, benzinai, fabbriche, uffici postali, e perfino scuole, ospedali e magazzini delle organizzazioni internazionali.
Secondo L’Organizzazione Mondiale della Sanità, solo le prime tre settimane di bombardamenti (25 marzo-15 aprile) hanno provocato la morte di almeno 650 civili – tra cui 150 bambini – oltre a 2.200 feriti e 150mila sfollati. Altre centinaia di civili sono morti nelle ultime settimane: 58 solo il 1° maggio nel bombardamento dell’ospedale Raheda nei pressi della città di Taiz. Onu, Amnesty e Human Rights Watch denunciano gravissimi crimini di guerra, compreso l’uso di armi vietate come le bombe a grappolo.
Germania e Svezia hanno prudentemente sospeso le forniture militari all’Arabia Saudita prima ancora che iniziassero i raid aerei, per non gettare benzina sul fuoco mediorientale vendendo fiammiferi al principale piromane. Per l’Italia, invece, Riyad si conferma il primo cliente extra-Nato, in barba alla legge 185/90 che impedisce di esportare armamenti verso paesi in guerra. Seguono a ruota, tra i migliori compratori, tutti gli altri paesi arabi attualmente belligeranti in Yemen, Emirati Arabi in testa, destinatari di enormi forniture militari italiane. Nemmeno un fiato dal Parlamento, che ancora non si è degnato di esaminare l’ultima relazione annuale del Governo sull’export militare italiano, consegnata alle Camere pochi giorni dopo l’inizio dei bombardamenti in Yemen. Sono anni che i parlamentari non adempiono a questo dovere, ma questa volta difficilmente potranno esimersi data la lampante illegalità di queste esportazioni.
Secondo la relazione governativa consegnata il 30 marzo a Camera e Santo, nel 2014 il Ministero degli Esteri ha autorizzato esportazioni militari verso l’Arabia Saudita per un valore di 300 milioni di euro (tra esportazioni definitive per 163 milioni, e temporanee per 137 milioni) consistenti in artiglieria, bombe, missili, razzi e velivoli, oltre ai residui di consegne per i caccia Eurofighter. Analogo il valore, 304 milioni, dell’export (tutto definitivo) autorizzato verso gli Emirati Arabi Uniti: blindati, armi a microonde, bombe, missili, armi pesanti, leggere e munizioni e velivoli. Seguono, tra gli altri clienti mediorientali, l’Egitto (32 milioni), il Bahrein (25 milioni), la Giordania (11 milioni), il Qatar (1,6 milioni) e il Kuwait (0,4 milioni): tutti impegnati nella sanguinosa guerra in Yemen – oltre che nella campana militare anti Isis in Iraq e Siria. L’unico grosso cliente mediorientale del made in Italy bellico che al momento non partecipa alla guerra in Yemen è l’Oman, terzo destinatario extra-Nato dopo Arabia ed Emirati con commesse per 272 milioni. Quasi nulle le nuove esportazioni autorizzate nel 2014 verso Israele, alla cui aeronautica militare Finmeccanica sta ancora consegnando trenta caccia da addestramento M346 pagati 450 milioni di euro.
Il Medio Oriente in guerra si conferma il miglior partner commerciale extra-Nato dell’industria militare italiana (28% del mercato), che nel 2014 ha registrato una netta ripresa dell’export rispetto all’anno precedente: +23% per le autorizzazioni alle esportazioni definitive (2.65 miliardi), quadruplicate quelle alle esportazioni temporanee (1,6 miliardi) e +21% per le consegne effettuate (3,3 miliardi). Un risultato importante per il comparto bellico nazionale e per il suo più stretto alleato commerciale: le banche che gestiscono le transazioni finanziarie tra i governi. La parte del leone la fa Deutsche Bank con il 32% delle operazioni (832 milioni), seguita da Bnp Paribas con il 13%  (328 milioni) e Barklays con il 10% (269 milioni). Al business partecipano ovviamente anche le banche italiane: BNL (6,6%, 172 milioni), Unicredit (5,3%, 138 milioni), Banco di Brescia (4,4%,  114 milioni), UBI Banca (3,3%, 85 milioni), Intesa San Paolo (1,9%, 50 milioni), Banca Valsabbina (1,5%, 40 milioni), Banca Etruria (1,5%, 40 milioni), Carispezia (34 milioni), BP Emilia Romagna (33 milioni), CR Parma e Piacenza (11 milioni), Carige (8 milioni) e altre con operazioni per importi minori (BCC Cernusco, BP Spoleto, Banca delle Marche, BPM, BP Friuladria, Banca della Versilia e Lunigiana).