Otto anni per ordinare fotografie e filmati di famiglia inediti messi a disposizione da Courtney Love e Francis Bean Cobain. Tanto è durata la lavorazione del documentario di Brett Morgen sulla vita di Kurt Cobain. L’icona del rock rivive in un film intimo, totale, travolgente e probabilmente definitivo sulla stella americana bruciata troppo in fretta. Al cinema soltanto il 28 e il 29 aprile.

Il soprannome ‘scienziato matto del documentario’ è decisamente appropriato quando si parla di Brett Morgen. I suoi primi quattro doc passati al Sundance Film Festival, una lunga serie di premi raccolti in giro per il mondo, la nomination agli Oscar del ’99 e l’ultimo strabiliante lavoro rock sui Rolling Stones, Crossfire Hurricane sono il pirotecnico biglietto da visita del regista che manipolando materiale documentaristico ne tira fuori alchimie visionarie e dense di un pathos narrativo quasi estraneo al genere in questione. Insomma i suoi doc hanno quel dinamismo emozionale dei film di finzione che separa da sempre i due mondi cinematografici.

Quest’anno è uscito il suo nuovo ‘Cobain – Montage of Heck. Le oltre due ore di rock nella sua versione più primordiale, intima e sfacciatamente disperata si snodano in una biografia inedita di Kurt Cobain che ne abbraccia i 27 anni di vita. La figlia Francis Bean Cobain ha prodotto il film insieme alla Hbo Documentary Films, mentre la Universal lo distribuisce. La moglie Courtney Love si è lasciata intervistare, come pure altri parenti e Krist Novoselic, bassista dei Nirvana. La sua testimonianza davanti alla camera lo lascia con gli occhi rossi di senso di colpa per non aver fatto nulla di utile a impedire quella fucilata che strappò il sipario di un’ascesa irrefrenabile. A più di vent’anni da quel colpo non rimangono solo gli album e i video che hanno segnato gli anni novanta e le sue generazioni, ma uno stile più profondo, rabbioso e esistenzialista del punk e dell’hard rock ma al contempo più armonico e disperato: il grunge.

L’infanzia e l’adolescenza tormentate ad Aberdeen vengono raccontate per la prima volta con filmati originali di un bambino biondo che gioca sui prati dicendo il suo nome alla videocamera. Morgen accosta le immagini a quelle di un’altra bambina bionda, Frances Bean, tra le braccia di un padre amorevole ma alterato da sostanze in un appartamento disordinato nel bel mezzo dei tumultuosi anni novanta. Immagini quotidiane della star si spingono tra di loro nel montaggio. A volte dolci come un carillon – come la versione di All Apologies – altre al ritmo delle pogate nei filmati delle primissime esibizioni.

È un vortice travolgente. Su tutto il materiale pescato da Morgen emergono gli appunti sugli arrangiamenti dei Nirvana, lo studio di un nome per la band e la solitudine fusa al genio e tantissimo altro. Per costruire il pulsante video mausoleo di Cobain il regista utilizza anche il cartoon su alcune registrazioni inedite casalinghe. Pezzi mai sentiti prima vengono alla luce, come quel Montage of Heck che dà il titolo al film, registrati con la chitarra e un filo di voce. Rivivono nelle animazioni di Stefan Nadelman e Hisko Hulsin con un Kurt intimo e nostalgico ridisegnato a pastello. Sono invece documento di arrogante ironia autoriale i pensieri piccanti e gli sfottò sbottonati in vhs sul rivale Axel Rose e i suoi Guns’n’Roses.

L’odio, la distruzione, il superamento di ogni ordine fusi a una rincorsa a una famiglia forse sono quelle briglie chiodate che dal divorzio dei genitori allo sballottamento tra una casa e l’altra lo hanno plasmato rendendolo così controverso: geniale ma fragile, affamato di vita eppure disgustato da essa. Lo sintetizza una frase di sua madre quando arrivò il successo con i Nirvana: “Mettiti le cinture perché non sei pronto a tutto questo”.

I detrattori potrebbero liquidare Cobain come un talentuoso suicida, ma questo artista con la sua musica segnò lo sgretolamento degli stilemi basso borghesi e proletari americani. Una cultura che si gongolava ancora fiera dell’opulenza degli ottanta mentre una nuova crisi era alle porte. Il doc di Morgen è un evento che nessun ‘rocchettaro’ legato a quel periodo dovrebbe perdere. Racchiude in sé tanti lati oscuri raccontati con profondo rispetto della vicenda umana di un ragazzo che con il suo gruppo arse la sua generazione. E poi esplose per brillare per sempre.