“Sarà il The Wall della nostra generazione”, sostiene il regista Brett Morgen, che nel 2012 firmò Crossfire Hurricane, consacrato ai Rolling Stones. Di certo il suo “Montage of Heck”, il primo docufilm dedicato a Kurt Cobain, durato otto anni di lavorazione, si profila come uno dei casi cinematografici e televisivi dell’anno. Sarà trasmesso dal network statunitense delle meraviglie Hbo in primavera, a partire dal 4 maggio, e includerà anche alcuni brani sconosciuti dell’artefice dell’ultima rivoluzione musicale, oltre a dozzine di pezzi e performance dal vivo. “Montage of heck” era il nome che l’Angelo Biondo del grunge con gli occhioni tristi, la camicia di flanella e la poesia nel cuore conferì a un “mixtape” di appunti audio (e canzoni altrui) su cui era solito fissare i suoi umori musicali e creativi del momento; una sorta di intricata prova generale, registrata su multitraccia a cassetta, della Supernova di Seattle che verrà.

Il film-documentario, spasmodicamente atteso da milioni di fan vecchi e nuovi degli autori di Smell like teen spirit, Lithium e Come as you are, è “un viaggio crudo ed emotivo lungo la breve esistenza di Kurt”. E gode anche del placet di Courtney Love, che però non lo avrebbe visto, e sarebbe stata estromessa dalla sua fase preparatoria (essendo comunque la protagonista o la convitata di pietra di mezza pellicola). Ha rivestito invece il ruolo nientemeno che di produttrice esecutiva Frances Bean, la figlia 22enne del frontman dei Nirvana, morto a soli 27 anni, poco più vecchio di lei oggi, ormai quasi 21 anni fa.

Il regista Brett Morgen ha potuto attingere alla miniera inedita di informazioni e materiali originali lasciati da Cobain al momento del suo suicidio: circa quattromila pagine di note e abbozzi di canzoni, racconti allo stato embrionale, schizzi-germoglio di potenziali quadri, foto, effetti personali. Oltre a centinaia di ore di demo, filmini familiari, backstage, vita da studio di registrazione. Quello che ne è venuto fuori è un “ritratto umanistico” della rockstar che finì immolata sull’altare del suo successo travolgente. Un profilo fin qui mai visto, né sul piccolo né sul grande schermo.

Nel docufilm non troveranno spazio le controverse ultime 48 ore dell’esistenza della voce/chitarra rock più importante dell’ultimo quarto di secolo. Nessun cinema-tv del dolore 2.0, insomma, ma una carrellata ricalibrata di sguardi laterali e intriganti sulla parabola biografica e artistica di Kurt Cobain: il ragazzo che con un pugno di dischi (“Nevermind” su tutti, e prima “Bleach”, e poi “In utero” e l’”Unplugged in New York”) ha perpetuato la maledizione anagrafica di gloria di Jimi Hendrix e Jim Morrison. La prima visione di “Mountage of Heck” ci sarà tra qualche giorno, in un contesto che sarebbe piaciuto a Cobain: il Sundance Film Festival, che si svolge dal 22 gennaio al 1° febbraio.