Più di un milione di visite prenotate. Tre milioni di pellegrini attesi. Da oggi migliaia e migliaia di persone arriveranno a Torino per l’ostensione della Sindone, la seconda fatta in corrispondenza di un’Esposizione universale dopo quella del 1898. “Mi auguro che i pellegrini tornino a casa con questo grande dono, questo grande segno di speranza che è la Sindone”, ha detto ieri l’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia. Nonostante sia la quarta ostensione in 17 anni l’evento non perde “appeal”: il Comune e i commercianti festeggiano l’arrivo dei turisti, mentre in città compaiono gadgets, souvenir, cartoni animati, puzzle e pubblicazioni sull’autenticità del telo che avrebbe avvolto il corpo di Cristo. Sulla falsariga dei romanzi di Dan Brown e delle trasmissioni di pseudoscienza e complotti, tanti volumi hanno messo in rilievo gli aspetti più arcani anziché quelli fondati sulla scienza e sulla storiografia. E tuttavia l’attrazione resta forte così come l’attenzione della Chiesa che viene suggellata dall’alto, con Papa Francesco che ha annunciato che si recherà a venerare la reliquia nella giornata del 21 giugno.

C’è però un libro che sbugiarda un po’ di miti. Si intitola “Sindone. Storia e leggende di una reliquia controversa”, pubblicato da Einaudi. Lo ha scritto Andrea Nicolotti, un ricercatore dell’Università di Torino ed esperto di storia del cristianesimo che ha dedicato quattro anni di lavoro alla realizzazione di questo libro. Parte dal confronto di testi sacri, apocrifi, cronache medievali e altri documenti evidenziando le incongruenze: quali erano i tessuti che hanno avvolto il cadavere di Cristo? Era un lenzuolo oppure erano bende di lino con un sudario per il solo volto? I testi sono molto generici, così come è generica la storia del percorso della reliquia verso l’Europa, per alcuni arrivata dalla Terra Santa coi pellegrini, per altri portata dai crociati che saccheggiarono Costantinopoli nel 1204. Alla fine si perde il conto di bende, lenzuoli, sudari e simili: in Italia ci sono frammenti a Roma, Aosta, Brescia, Genova, Livorno e Milano; c’è una sindone a Cadouin e un’altra ad Aquisgrana, mentre a Oviedo c’è un sudario. In Francia già nel Medioevo due vescovi qualificano la reliquia oggi conservata Torino come un falso fabbricato a fin di lucro, e quando il papa Clemente VII di Avignone ne autorizza l’ostensione mette in chiaro che era soltanto una raffigurazione.

Argomento chiuso? No, anzi. Negli ultimi decenni del XX secolo avviene la “creazione del mito”, come la chiama Nicolotti che a ilfattoquotidiano.it spiega: “La fama è aumentata negli ultimi decenni, quando la Sindone è diventata un fenomeno mediatico mondiale. Oltre ai fedeli il reperto stuzzica molti curiosi, tra cui appassionati di esoterismo, templaristi, complottisti, rosacrociani”. Aumentano le attività di studiosi autenticisti e le ricerche. Nel 1988 le radiodatazioni al carbonio 14, compiute dall’Università di Arizona, di Oxford e dal Politecnico di Zurigo, collocano l’origine della Sindone al basso Medioevo, in un periodo compreso tra il 1260 e il 1390. Il risultato è “in perfetto accordo con i documenti storici sopravvissuti”, scrive Nicolotti. L’arcidiocesi resta cauta: “La Chiesa ribadisce il suo rispetto e la sua venerazione per questa veneranda icona di Cristo”, perché “il valore dell’immagine è preminente rispetto all’eventuale valore storico”, afferma nel 1988 l’arcivescovo di Torino Anastasio Alberto Ballestrero. Insomma, poco importa se non è autentica.

Eppure di fronte ai risultati scientifici i sindonologi criticano le analisi e propongono le tesi più disparate: l’inconsistenza del metodo del carbonio 14; l’esistenza di complotti massonici per screditare la reliquia; fenomeni paranormali come gli influssi di campi elettromagnetici e le radiazioni provocate dalla resurrezione. La Chiesa tentenna: se gli arcivescovi di Torino Michele Pellegrino e poi Ballestrero sono stati cauti, i successori Giovanni Saldarini e Severino Poletto hanno fortemente spinto in direzione dell’autenticità, mentre Nosiglia parla di “simbolo” o “immagine”. Prudenti anche alcuni papi come Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Nel 2014 a screditare il radiocarbonio si aggiunge il cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze, il vescovo Marcelo Sánchez Sorondo, per il quale a causa dell’anticlericalismo degli scienziati “non sarebbe stato prudente riaprire la questione fino a che non saranno escogitati altri sistemi scientifici di identificazione”. C’è bisogno di altre ricerche? “I documenti storici e la radiodatazione – conclude Nicolotti – sono affidabili e significativamente concordi nell’assegnare una data medievale. Restano aperte le questioni sulla natura dell’immagine e sul sistema usato dall’artefice per realizzarla. Potrebbero essere utili altri esami, a patto che siano compiuti in un clima di piena libertà”.