Sette ore. Tanto ha atteso la polizia keniota prima di far intervenire le forze speciali nel college di Garissa, dove giovedì 2 aprile gli estremisti islamici somali di al Shabaab hanno compiuto una strage massacrando almeno 148 persone, per la maggior parte studenti cristiani. La denuncia arriva dal quotidiano Kenya Daily Nation. Secondo cui, una volta entrate, le forze speciali hanno impiegato solo 30 minuti a uccidere i terroristi e mettere così fine alla mattanza.

Intanto sul fronte delle indagini, il ministero dell’Interno di Nairobi ha fatto sapere di aver identificato uno degli assalitori. Si tratta del figlio di un ufficiale del governo. Si chiamava Abdirahim Abdullahi ed era tra i quattro estremisti del gruppo islamista vicino ad al-Qaida che hanno pianificato e messo in atto l’assalto al campus, uccidendo gli studenti in base alla loro fede religiosa. Un ufficiale di Garissa ha spiegato che il governo sapeva che Abdullahi, ex studente di legge all’università di Nairobi, si era unito ad al Shabaab dopo la laurea conseguita nel 2013. “Era uno studente brillante, ma poi si è legato a quelle folli idee”, ha dichiarato l’ufficiale.

Ma emergono altri dettagli inquietanti. Secondo le testimonianze dei sopravvissuti, infatti, nessuno degli assalitori parlava somalo, ma si esprimevano in swahili, lingua nazionale in Kenya e parlata in vari paesi dell’Africa orientale. Un dettaglio non da poco, che conferma come sempre più i membri del gruppo fondamentalista stiano diventando sempre più numerosi nel paese africano e reclutino manovalanza nelle baraccopoli e nelle periferie più povere delle grandi città.

Sono ancora molte, poi, le persone che non hanno più notizie sui loro parenti presenti nel campus durante l’assalto di giovedì. In centinaia affollano l’obitorio di Nairobi per sapere se tra le salme ci sono i corpi dei loro cari. Anche se è difficile identificare i cadaveri, resi irriconoscibili dai proiettili.

Intanto, il livello d’allerta per il giorno di Pasqua, in un Paese dove l’83% della popolazione è di fede cristiana, è salito ai massimi livelli. I militanti del gruppo estremista, subito dopo la strage nel college, hanno infatti minacciato di far diventare le città keniote “rosse di sangue”. Per questo le chiese di Mombasa, Nairobi e altre città hanno assoldato poliziotti e guardie armate per proteggere i fedeli. “Siamo molto preoccupati per la sicurezza delle nostre chiese e dei nostri fedeli, specialmente nel periodo pasquale, anche perché è chiaro che questi assalitori hanno preso di mira i cristiani”, ha dichiarato Willybard Lagho, prete cattolico a Mombasa e presidente del Coast Interfaith Council of Clerics.

Alla cattedrale Holy Family Basilica di Nairobi, che si trova tra il municipio e il Parlamento, e potrebbe essere un bersaglio perfetto, due ufficiali di polizia in uniforme, armati con fucili AK-47, hanno controllato l’ingresso. Altri in borghese sono stati dispiegati all’interno. Tre guardie private hanno controllano i fedeli all’arrivo con metal-detector, mentre un quarto verificava con uno specchio che sotto le auto non si trovassero bombe. Ma la polizia ha fatto sapere che le misure si sicurezza sono garantite anche nei centri commerciali e negli edifici pubblici della capitale e delle città orientali.

Anche Papa Francesco, come tutte le chiese del Paese dove oggi si celebra il primo dei tre giorni di lutto nazionale, ha pregato per le 148 vittime della strage. Bergoglio ha implorato “il dono della pace per Nigeria, Sud-Sudan e per varie regioni del Sudan e della Repubblica Democratica del Congo. Una preghiera incessante salga da tutti gli uomini di buona volontà per coloro che hanno perso la vita, penso in particolare giovani uccisi giovedì” a Garissa, per i rapiti e i profughi.