Quando accade che qualcuno parla e comincia a denunciare sulla propria pelle come funzionano le cose all’interno delle stanze ovattate e segrete di Largo Donnaregina dove ha sede l’edificio dell’Arcidiocesi di Napoli, ecco, si resta sconcertati. Lo spaccato è da brivido.

La vicenda documentata dalla trasmissione le “Iene” conferma lo stato comatoso in cui è precipitata la chiesa partenopea da quando il cardinale Crescenzio Sepe ne è alla guida. Non bastano le belle parole, la propaganda pastorale a favore di telecamere e la festa di piazza per la venuta di Papa Francesco o per il miracolo di San Gennaro. Il potere oligarchico, aristocratico e feudatario che alberga nella Curia di Napoli è opprimente. Il servizio andato in onda su Italia1 si apre con Papa Francesco che durante un’omelia ribadisce che: “Se uno va a messa la domenica e fa la comunione gli si può chiedere: Com’è il rapporto con i tuoi dipendenti? Li paghi in nero? Paghi loro il salario giusto? Versi i contributi per la pensione?….se ciò non avviene questo è un peccato gravissimo”.

Ed ecco la storia. Due dipendenti della Curia di Napoli – Gerardo e Luigi – lavorano presso la struttura “Casa del Clero” che accoglie e assistenza sacerdoti anziani. I due dipendenti per molti mesi – da agosto 2010 – lavorano a nero per oltre 8 ore al giorno per 1300 euro al mese pagati a nero con un assegno. Si avete letto bene: la Curia di Napoli ovvero il cardinale Sepe ha autorizzato le esborso di stipendi a nero per molti mesi senza versare i contributi pensionistici, gli assegni familiari e l’assicurazione. Finalmente dopo sette mesi dalla Curia di Napoli arriva una proposta di contratto per un anno che i due sottoscrivono nel marzo 2011. Devono lavorare dal lunedì al venerdì per 4 ore cosa che non avviene perché in realtà lavorano sempre 8 ore al giorno. Finito il contratto, lavorano per un periodo di nuovo a nero. La Curia propone ai due lavoratori di firmare una sorta di accordo dove sanano la situazione precedente con la scusa che hanno lavorato per “spirito volontario”. Un passaggio burocratico essenziale e propedeutico per ottenere la tanto sospirata assunzione. Gearado e Luigi firmano: non hanno alternative in una metropoli con il record europeo di tasso di disoccupazione.

Passano i giorni, le settimane, i mesi ma il contratto non arriva, i due dipendenti sono ancora a nero. A quel punto gerardo e Luigi decidono – a tutela dei loro diritti – di intentare una causa di lavoro contro la Curia di Napoli. La ritorsione arriva puntuale: l’Arcidiocesi ordina di non pagare più. Poi cercano un nuovo accordo proponendo a Gerardo e Luigi di sottoscrivere l’ennesimo documento in cui affermano di non pretendere nulla, ritirare la causa e di attendere l’assunzione da parte di una neo Fondazione che rileverà la “Casa del Clero”. I due non abboccano e non firmano. La denuncia va avanti. E un monsignore registrato di nascosto lo ammette chiaramente: “Non venite pagati perchè state in contenzioso con la Curia. E’ una scelta giuridica che hanno scelto loro, l’ufficio legale….Il cardinale sa tutto”. Quando la Iena si para davanti al cardinale Sepe e gli mostra il filmato della testimonianza la reazione è prima imbarazzata: “Eccoli, eccoli, eccoli…benissimo ma bravi, bravi, bravi…”. Poi c’è il parapiglia con l’alto prelato che alla domanda: “Mi scusi cardinale cosa direbbe il Santo Padre di questo?” risponde arrogante e piccato: “Lo chieda al Santo Padre…”.

Gli spunti sono tanti. Se la Curia di Napoli paga a nero dei suoi dipendenti significa che dalle parti di Largo Donnaregina esiste una riserva economica. Una sorta di mattonella dove sotto sono depositati dei soldi ad uso e consumo dei voleri di sua Eminenza. Sicuramente non si rispettano le norme e la legge. C’è poco da dire. E la trasparenza? I bilanci? I resoconti economici? Le entrate? Non si sa nulla. Mistero fitto. Inutile chiedere queste informazioni nessuno risponderà. Nulla si conosce sulla gestione economica dei loculi e delle strutture cimiteriali da parte delle Ariconfraternite, nulla sugli introiti complessivi dell’elemosina e suo impiego, su stanziamenti pubblici, e contributi privati, su i lasciti oppure sulla gestione del patrimonio immobiliare di proprietà della Chiesa di Napoli – insomma non si capisce e non si sa che fine fanno i soldi che entrano ed escono dalla Curia partenopea.

Poi c’è il pozzo senza fondo delle Fondazioni promosse dal Cardinale Crescenzio Sepe per organizzare, coordinare e controllare i progetti dell’Arcidiocesi di Napoli. C’è la Fondazione “In nome della vita” con diversi progetti di assistenza: Casa di Tonia, Aiutami a Crescere, Fondo Spes, Culla della Vita, Napoli LaborArt, Dona il sorriso a un bambino, Market della Solidarietà, Call Center della Solidarietà, Medicina Solidale. Non è finita da pochi mesi è sorta anche la Fondazione “Fare Chiesa e Città” e si pone come ente dinamico, luogo di dialogo e congiunzione nel tessuto cittadino dell’Arcidiocesi di Napoli. Ma più precisamente si occupa con la Regione Campania attraverso Scabec di progetti di cultura e di iniziative tipo come quella “Canta, suona e cammina”. Incassa finanziamenti? Come li impiega? Chi se ne occupa? Boh!

Inutile cercare informazioni più approfondite, all’indirizzo web: laconico compare la scritta: “Questo dominio è riservato”. In generale anche per le Fondazioni ormai vere e proprie strutture complesse dovrebbero essere rispettate delle rigide regole di trasparenza come lo stesso Raffaele Cantone, presidente dell’anticorruzione ha più sottolineato: “…le Fondazioni dovrebbero essere trasparenti a 360 gradi: bilanci chiari, comprensibili e pubblici su tutte le entrate e le uscite”. Già in passato e alla vigilia del conclave che elesse il cardinale Bergoglio a Sommo Pontefice, un “corvo” spedì lettere al veleno a Largo Donnaregina seminando il panico ai piani alti della Curia di Napoli. Accuse circostanziate e dure nei confronti dello stesso Sepe: “Afferma la sua personalità rispetto alle opere sociali”, “Favorisce discriminazioni nel clero”, “Nella diocesi va avanti chi dà e non chi vale”, e poi la domanda: “Che fine fanno i soldi versati con l’otto per mille?”. Eppure storicamente la Curia di Napoli non è povera.

I fedeli napoletani sono stati sempre generosi e altruisti eppure pare che l’Arcidiocesi faccia davvero poco o quanto meno non sia particolarmente visibile la sua attività o meglio la tracciabilità dei conti. Un esempio sono circa 200 le chiese chiuse (e in alcuni casi murate) che sorgono nella città come ha sentenziato una ricerca del prof. Antonio Lazzaroni, consulente scientifico del Comitato di Portosalvo, pubblicata nel testo Splendori e decadenza di cento chiese napoletane (edizioni “Gabbiani sopra il mare” anno 2006). Che dire, che pensare…Sono davvero tanti i partenopei ma anche molti parroci che in silenzio pregano affinché il vento rivoluzionario di Papa Francesco cominci a soffiare anche a Napoli avviando un repulisti a Largo Donnaregina: Cacciare i mercanti dal tempio.

Twitter: @arnaldcapezzuto