Nella luce unica dell’enrosadira delle Dolomiti, tra le rocce che incastonano in sé il ricordo del mare tropicale di milioni di anni fa, a tratti capita di imbattersi in grandi siti abbandonati: fabbriche chiuse, complessi di archeologia industriale, edifici dismessi, i tentativi artificiali dell’uomo di opporsi alla natura ostica e dura del territorio di montagna. Da questi spettri carichi di memoria e presenze è nato uno dei cantieri di arte contemporanea più interessanti degli ultimi anni. Si tratta di Dolomiti Contemporanee, “laboratorio di arti visive in ambiente”, ideato nel 2011 da Gianluca d’Incà Levis. Un progetto di rigenerazione e valorizzazione del territorio delle Dolomiti -dal 2009 patrimonio dell’Umanità Unesco- condotto attraverso l’arte contemporanea e le idee, “gli strumenti migliori, ed i più concreti, che si possano immaginare” secondo le parole dello stesso d’Incà Levis. L’idea di far rivivere le Dolomiti trasformandone i luoghi-fantasma in un cantiere a cielo aperto occupato da artisti provenienti da tutto il mondo nasce anzitutto dall’esigenza di abbattere l’immagine stereotipata e conservatrice dei luoghi di montagna, facendone emergere un potenziale sopito, inespresso, attraverso una concreta azione di “politica culturale rigeneratrice”, che al suo centro pone l’arte e la cultura contemporanee, in grado di innescare pensieri ed idee nuovi invece che rifugiarsi nel mare dei clichè e di una rappresentazione statica e passatista della montagna.

“Individuiamo, nella regione delle Dolomiti-Unesco, i più interessanti siti industriali dismessi – continua d’Incà Levis – luoghi in cui l’uomo, per lunghi periodi storici, ha lavorato, costruendo imprese produttive importanti, che hanno nutrito quelle regioni. Questi siti sono oggi fermi, la loro storia è mutile. Le crisi economiche, e prima ancora il cambiamento radicale dell’economia della montagna, li hanno portati a chiusura”. Sono questi i luoghi che rappresentano quelle “risorse inutilizzate ed inespresse” che attendono di essere rigenerati attraverso l’arte, la creatività, il pensiero. Così sono nati progetti come il Nuovo Spazio di Casso: un Centro per la Cultura Contemporanea all’interno di una ex scuola nell’area del Vajont, luogo in cui 50 anni fa si consumò una delle peggiori tragedie della storia d’Italia. “Il Concorso Artistico Internazionale Two Calls for Vajont (www.twocalls.net), in svolgimento ora” dice d’Incà Levis “esemplifica perfettamente l’attitudine, il pensiero, la politica culturale intrapresa. Numerose le personalità culturali significative coinvolte in questo ennesimo ragionamento sul paesaggio.

Tra queste ricordiamo il sociologo Marc Augé, l’artista Alfredo Jaar, Cristiana Collu, Angela Vettese, Franziska Nori, Maria Centonze. Quasi cento ad oggi gli artisti partecipanti. Oltre 250 gli artisti coinvolti dal 2011 nei diversi cantieri e siti”. Il più recente cantiere artistico, oggi in pieno svolgimento, riguarda lo straordinario sito dell’ex Villaggio Eni di Borca di Cadore, a pochi chilometri da Cortina d’Ampezzo, realizzato alla fine degli anni ’50 da Enrico Mattei con l’architetto Edoardo Gellner, “che vi realizza un saggio eccezionale di architettura nel paesaggio. Nell’Italia del dopoguerra alcuni uomini propositivi, lungimiranti e capaci di imprendere, entrarono nel boom economico con dei progetti innovativi, visionari, pionieristici, del tutto nuovi” racconta d’Incà Levis. “La colonia montana di Borca fu voluta da Mattei esclusivamente per consentire ai dipendenti Eni di andare in vacanza, senza costi: dal 1958 al 1994 il Villaggio ospitò decine di migliaia di persone.

Oltre a ciò, sito era anche un luogo in cui Mattei poteva accogliere capi di stato e uomini d’affari: il proprio specialissimo ufficio alpino”. Uno spazio colossale, costituito su una superficie totale di 120 ettari -300 ville, la Colonia, un edificio-città di 30.000 metri quadri, due alberghi, una Chiesa firmata da Gellner e Carlo Scarpa, uno spettacolare campeggio a tende fisse– rilevato nei primi anni Duemila dal Gruppo Minoter-Cualbu. “Progettoborca è un progetto di valorizzazione e ri-funzionalizzazione che ha per obiettivo il rilancio del sito, ed in particolare delle strutture attualmente inutilizzate” dice d’Incà Levis. “Oggi, nel Villaggio, è attiva una Residenza per artisti. Il Villaggio stesso viene utilizzato come una “cava culturale”, i cui materiali originali, preziosi, vengono reinterpretati dagli artisti, che vivono al suo interno, abitandolo, e vivificandolo”. Il progetto culturale diventa propulsivo ad un rilancio produttivo ed economico delle zone interessate, attraverso il coinvolgimento di una serie di realtà che vanno a costruire un network di soggetti attivi: le comunità locali anzitutto, così come enti pubblici e privati e partner culturali e operativi, “massa critica di reazione” che è condizione necessaria nel progetto di rilancio.

“Quando, dopo alcuni mesi di attività, DC lascia i siti così riutilizzati, essi riprendono vita: il focus che li ha riguardati ha consentito loro di riguadagnare la fiducia delle comunità locali, che li avevano abbandonati, ed ora invece vi tornano, impiantandovi nuove attività commerciali e produttive”. Non ha dubbi, Gianluca d’Incà Levis, sul potenziale concreto e fattivo di una accorta politica culturale. “L’arte dischiude, apre, sempre. Può aprire cervelli e cuori, contesti e territori. E’ una chiave di accesso, e un antidoto alla banalità di chi smette di cercare, e dà le cose per fatte, nella sciatteria omologante. Ecco perchè l’arte e la cultura possono rilanciare una grande fabbrica, o una parte del territorio, laddove le risposte e le misure rigide dell’economia e le miopie della politica non hanno potuto ottenere risultati in tal senso”. Arte come antidoto alla rassegnazione, arte come azione, rivoluzione, riscatto, che la difficoltà dell’ambiente di montagna rende quasi metafora dello stato dell’arte nel nostro paese. “La specificità della montagna include la difficoltà. Difficoltà logistica, climatica, alpinistica, eccetera. Le caratteristiche proprie della montagna, sono al tempo stesso le sue virtù e le sue difficoltà. Una cima difficile da raggiungere non è un handicap: è una caratteristica intrinseca che rende unico quel luogo, quello spazio, e l’esperienza che se ne può avere. Gli artisti che vengono alla montagna, dalla pianura o dalla città, trovano un contesto differente, carico di stimoli, stimoli potenti perché non istantanei, seppur cristallini. Le cose vanno guadagnate, lo spazio va salito, se è verticale. Bisogna arrampicare. E l’artista arrampica il senso. Quindi, direi che le suggestioni sono anche figlie delle difficoltà, e spesso coincidono con esse”.