E’ una storia che ha dell’incredibile e quasi paradossale quella che è rimbalzata da Twitter alla Procura della Repubblica di Milano ma, ad un tempo, una storia straordinariamente sintomatica di quanto nel nostro Paese la libertà di parola sia, ogni giorno, più a rischio.

Ma cominciamo dai fatti.

Il 18 ottobre scorso Andrea Sarubbi, giornalista ed ex deputato del Partito democratico, leggendo alcuni tweet e retweet nei quali qualcuno sollevava dubbi e perplessità – peraltro non nuovi, né originali – sull’autenticità dell’esercito di “seguaci” di Matteo Salvini, Segretario della Lega Nord, su Twitter, indirizza a quest’ultimo un cinguettio nel quale gli chiede se quelli che ipotizza essere “fake”, ovvero suoi falsi seguaci, li paghi di tasca sua o con i soldi della lega.

Un cinguettio – peraltro con un bel punto interrogativo alla fine – certamente provocatorio ma assai meno di tanti altri che pure popolano il dibattito politico su Twitter, dal quale nasce un “simpatico” siparietto nel quale alcuni dei seguaci del Deputato della Lega nord, indicati da Sarubbi come “fake”, si palesano in carne ed ossa e che si conclude con l’ex parlamentare del Partito democratico che si scusa con questi ultimi ma, continuando evidentemente a sospettare dell’autenticità di tanti altri “fedeli seguaci” del segretario della Lega Nord, con un altro cinguettio, li invita tutti a prendere un caffè a Roma, dicendosi sicuro che spenderà poco.

Sin qui un episodio davvero poco significativo che Twitter avrebbe condannato – specie considerato l’elevato numero di cinguetti postati dall’ex deputato del Pd – al rapido oblio, prima seppellendolo sul fondo della “timeline” di Sarubbi e degli altri partecipanti alla discussione e poi nascondendolo nei propri archivi, inaccessibili agli occhi dei comuni mortali.

Ma – ed è qui che la storia diventa ad un tempo incredibile e preoccupante – il segretario della Lega Nord Matteo Salvini, prende carta e penna e querela Andrea Sarubbi davanti alla Procura della Repubblica di Milano, accusandolo di aver diffamato lui ed il suo partito politico.

La conseguenza è che, ora, Sarubbi – che nel frattempo lasciato il Parlamento è tornato a fare il giornalista e l’attivista dei diritti civili, soprattutto in relazione a questioni di immigrazione e rifugiati – si ritrova a rischiare la galera per 140 caratteri con un punto interrogativo alla fine, indirizzati ad un uomo politico che – ma questo conta poco e tinge solo di paradossale la vicenda – ha fatto della provocazione verbale, talvolta dell’offesa e certamente di un linguaggio sopra le righe uno dei propri tratti più tipici e caratterizzanti.

Basti ricordare quel lei è squallida”, indirizzato, in diretta tv, davanti agli sguardi attoniti di Enrico Mentana e Lucia Annunciata – oltre che di milioni di telespettatori – alla deputata Pd, Lia Quartapelle, rea solo di aver ricordato a Salvini l’assenza sua e dei suoi deputati nel corso di una votazione parlamentare a proposito della lotta all’Isis o i celeberrimi cori del deputato leghista all’indirizzo dei napoletani.

Ma il punto, naturalmente, non è questo.

Che a querelare Sarubbi per diffamazione sia un personaggio politico meno attento di altri all’utilizzo di parole ed espressioni sopra le righe non cambia le cose giacché offendere chi offende non è meno grave di offendere chi non offende essendo, per fortuna, lontani i tempi della legge del taglione.

Il punto è che nel nostro Paese, le regole consentono ancora che qualcuno trascini qualcun altro davanti ad un giudice penale – impegnando forze dell’ordine [ieri a casa di Sarubbi hanno suonato i carabinieri per notificargli il primo atto del procedimento che lo vede coinvolto, ndr] e sistema giudiziario – solo per un cinguettio lungo 140 caratteri e che, un cinguettio di questo genere, possa, ancora, costare a qualcuno la galera o, almeno, il rischio di finirci.

E questo, soprattutto quando, i 140 caratteri che ora impongono a forze dell’ordine, pubblico ministero e giudici di fare il loro lavoro e a Sarubbi di difendersi, pena la galera, son 140 caratteri che danno corpo e voce ad una serie di dubbi, perplessità e certezze che, prima dell’episodio in questione, erano rimbalzati per mesi sulle pagine di decine di testate online giacché il rapporto tra il segretario della Lega Nord Matteo Salvini ed i suoi “seguaci” su Twitter incuriosisce, da tempo, gli addetti ai lavori che scavando a fondo – ma questo Sarubbi, probabilmente, non lo sapeva – avevano già scoperto che lo straordinario “apparente” successo di pubblico di Matteo Salvini su Twitter era essenzialmente dovuto alla circostanza che il deputato – senza peraltro con ciò violare alcuna norma di legge – aveva “chiamato alle armi” il popolo leghista, invitandolo a crearsi un account su Twitter ed ad affidarglielo poi in gestione in modo che, ogni suo cinguettio fosse retwittato ed amplificato da quelli di ciascuno degli appartenenti alla sua community.

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Salvini, insomma – almeno a quanto è dato sapere – non ha pagato nessun “seguace” falso, né con soldi propri, né con soldi della Lega nord, per “esibire” il proprio “machismo digitale”, mostrandosi uno dei politici italiani più seguiti su Twitter, ma si è limitato a servirsi di un’agenzia di comunicazione – sono affari suoi e degli iscritti al suo partito con i soldi di chi – per ottenere dai suoi “seguaci reali”, il permesso di usare, al posto loro, i loro account su Twitter, con un espediente che probabilmente viola – perché fatto con strumenti automatici – le policy di Twitter ma non viola nessuna norma di legge.

E’ curiosa l’idea che, evidentemente, la Lega Nord ed il suo segretario, hanno della libertà di parola: libertà assoluta quando a parlare sono loro, ma tolleranza zero – quasi come quella che vorrebbero contro gli immigrati – quando a parlare o, addirittura a cinguettare appena 140 caratteri è chi guarda alle cose del mondo da una prospettiva diversa dalla loro.

Nella storia, infatti, val la pena di non dimenticare che Sarubbi – che peraltro si è laureato proprio con una tesi sulla Lega Nord – è personaggio già battezzato sul profilo Facebook di Salvini come “amico dei migranti” e che, nella realtà, ha fatto dei temi dell’immigrazione e della solidarietà il centro della propria attività politica, finendo così, inesorabilmente, più volte, in rotta di collisione con la Lega Nord.

Impossibile, in un contesto di questo genere, fugare il dubbio che la nostra – comunque brutta e democraticamente insostenibile – disciplina sulla diffamazione, sia strumentalizzata, in questa come in tante altre vicende, per mettere un cerotto sulle bocche più scomode per il politico di turno dalla querela facile.