Vista dal Regno di Salerno, la “farsa triste delle primarie” (Roberto Esposito, filosofo, dixit) acquista tutte le caratteristiche della tragedia politica di Renzi e del renzismo. Arrivati i dati sull’affluenza in tutta la Campania (157mila votanti), siamo di fronte a un mezzo flop. Vincenzo De Luca ora può tirare fuori dalla cantina le bottiglie di champagne e Andrea Cozzolino, l’altro competitor forte, il terzo è il socialista Di Lello, può preoccuparsi seriamente per una vittoria data fino all’ultimo per scontata. Mentre Matteo Renzi deve ingollare decine di calici amari. Perché se vince De Luca, favorito dall’alta affluenza a Salerno e provincia, stravince il vecchio, e non solo per mere ragioni anagrafiche. “De Luca ha portato a votare tutti i suoi, noi no. Napoli non ha risposto come doveva”, ci ha detto in attesa dello spoglio un sostenitore di Cozzolino.

Classe 1949, Vincenzo, è l’antitesi di ogni rinnovamento della politica e delle sue classi dirigenti. Un leader eterno che si proietta nei secoli dei secoli. L’idea di mollare non lo ha sfiorato neppure per un minuto. Mai. Ex funzionario del Pci, diventa sindaco per la prima volta nel 1993. Matteo Renzi ha appena festeggiato la maggiore età e la Prima repubblica si appresta ad indossare i panni della Seconda. Da quel momento De Luca non lascerà mai la poltrona di primo cittadino: rieletto nel 1997, riconfermato nel 2006, di nuovo nel 2011. Fino a poche settimane fa, quando l’inciampo di una condanna e della legge Severino, lo costringe a passare la mano. E’ sospeso, ma lui, l’immortale, si trasforma in sindaco “emerito” , come un Papa, e batte la Campania da candidato alle primarie per il Pd. La parola d’ordine è una sola: Vincere. A tutti i costi. Rinnegando il partito, “la mia è una candidatura del territorio”, stringendo mani di destra come quella di Tommaso Barbato, un ex senatore noto alle cronache politiche italiane per gli sputi ad un suo collega che si era rifiutato di sfiduciare Prodi nel 2008, titillando gli umori dei neri di “Insorgenza civile”, e soprattutto militarizzando il voto a Salerno e Provincia. Se alle prossime elezioni Regionali vincesse proprio De Luca, si aprirebbe un nuovo caso: è condannato per abuso d’ufficio in primo grado e penderebbe su di lui la legge Severino che prevede in quel caso la decadenza. Rispetto alla carica di sindaco, il Tar ha sospeso l’applicazione del provvedimento in attesa della sentenza della Corte Costituzionale. Ma il neocandidato governatore nel corso di tutta la campagna elettorale ha detto di essere tranquillo e ha parlato della necessità di un intervento politico del partito sulla questione: “La Severino è una legge sgangherata”. Insomma, lui non si ritira e ora la palla infuocata passa a Matteo Renzi.

Intanto De Luca ha vinto. Clientele, certo, uso spregiudicato del potere, generosa distribuzione delle risorse pubbliche, ferverei elenchi di amici e beneficiati, ma anche consenso reale, vero. “Faccio il camionista di mestiere, non devo chiedere niente a nessuno, ma io sono proprietà di Vincenzo De Luca”, ci dice così un elettore incontrato in un seggio. “Peggio della Corea del Nord”, dicono i suoi avversari interni. E in parte è vero. I seggi, 17 in città, 163 in tutta la Provincia, hanno presidenti e scrutatori deluchiani di ferro. Un centro sociale costruito dai sindacati, un ristorante sul mare, sedi del Pd, una scuola di danza, un cinema, agenzie immobiliari e parrocchie, qui i salernitani devoti a San Vincenzo hanno fatto la fila per votare. “I due euro? Non li tengo, mi manda l’ingegnere”, dice allo scrutatore un uomo sulla cinquantina. Ci sono i giornalisti al seggio del centro storico, meglio non farlo votare. Al seggio più grande della città nella zona orientale, un centro polifunzionale, presidente è Mena Arcieri, Capo di Salerno solidale, una società del Comune che ha sede in quello stesso stabile. A vigilare sul voto assessori e consiglieri comunali. Qui incontriamo Piero De Luca insieme a suo fratello Roberto.

Girano strane voci, qualcuno dice che a Piero, avvocato col pallino della politica, era stato offerto un posto da assessore esterno se il papà si fosse ritirato agevolando la corsa di Cozzolino. Ma Vincenzo no, neppure di fronte alla carriera del figlio ha fatto un passo indietro. Piero arrossisce e ci risponde che sono fandonie: “Pensiamo a vincere, oggi è una bella giornata di democrazia. La politica per me verrà quando sarà il momento”. Quando sono le due del pomeriggio, alla palestra “Professional ballet” (hip-hop e zumba, le specialità) hanno già votato in 600 su mille potenziali elettori. Chi vincerà, chiediamo? “Lo vede il manifesto dell’Aida?”. Lo vediamo. “Sarà una marcia trionfale”. Per Vincenzo, ovviamente. Intanto i “caschi blu” mandati dal Nazareno per vigilare sulla regolarità del voto, vengono travolti dalle notizie che arrivano dalla provincia. A Eboli sono stati aperti due dei quattro seggi indicati, ad Atena Lucana niente primarie, ad Angri militanti dell’area Cozzolino dicono che hanno già pronti ricorsi e dossier sui brogli. Sono le primarie bellezza e la nottata è ancora lunga.

da il Fatto Quotidiano di lunedì 2 marzo 2015

aggiornato dalla redazione web alle 10.49 del 2 marzo 2015