“Parlo a bassa voce perché mio figlio è nato da due giorni e non vorrei svegliarlo”. Abderrahmane Sissako risponde al telefono dal reparto maternità di un ospedale in Mauritania, dove lui stesso è nato e ha voluto anche suo figlio venisse alla luce, sebbene abbia la residenza tra il Mali e Parigi. La sua nuova pellicola Timbuktu, uscito ieri in Italia, è candidata all’Oscar come film in lingua straniera, ed è un’opera d’arte cinematografica di straordinaria bellezza. Purtroppo le recenti tragedie parigine ne hanno esaltato la feroce attualità a discapito del valore artistico, ed è per questo che Sissako dall’annuncio della nomination avvenuta il 15 gennaio si schernisce: “Non rispondo a domande politiche”. Ma è ben consapevole che in Francia, in quella Parigi ferita a sangue pochi giorni prima che ha orgogliosamente coprodotto tutti i suoi lavori incluso Timbuktu, sia percepito con l’orgoglio di un “proprio” portavoce artistico contro ogni forma di terrore fondamentalista. Già osannato al Festival di Cannes, il quarto lungometraggio del regista nato a Kiffa nel 1961 rielabora sotto forma di finzione alcuni fatti di cronaca avvenuti nel 2012 nel villaggio maliano Augelhok, in cui una coppia fu lapidata a morte perché non sposata.   

Ad assassinarla i militari jihadisti del nuovo governo fondamentalista islamico. Poteva farne un documentario, invece ha scelto per la “poesia” da grande schermo che sa comprendere prima (e talvolta meglio) della cronaca. Secondo Sissako, infatti, “il ruolo dell’arte quello di respingere la barbarie e l’orrore attraverso i mezzi che le sono propri. E arte non vuol dire spettacolarizzare l’evocazione della barbarie. Perché così banalizzerebbe la violenza. Dunque per me era importante prendere le distanze nella rappresentazione di quegli eventi di cui parla in modo drammatico il film”. Ma l’arte diversamente declinata è anche una forma di “resistenza”: lo è nei cantanti che non smettono di cantare nonostante sia vietato dagli integralisti, lo è nel danzatore e lo è persino nei ragazzi che “mimano” il gioco del calcio non potendolo più praticare in una sequenza lirica da pelle d’oca.

Quelle forme di resistenza nascono dall’esperienza reale del regista che spiega “quando mi sono recato là e ho ascoltato i resoconti di coloro che erano stati presi in ostaggio e che hanno lottato talvolta in modo silenzioso, ho tratto ispirazione non solo per rappresentare i divieti imposti dai fondamentalisti di cui già sapevo, nel caso della musica e del calcio, ma soprattutto per mostrare che ci sono state delle forme di resistenza da parte della popolazione, di chi ad esempio ha sfidato i jihadisti cantando. Che lo abbia fatto a voce alta o nella sua mente, la gente ha cantato e per me questa è resistenza. Ciò è una lampante dimostrazione dell’assurdità di tali divieti: non si può impedire alla gente di cantare, né di giocare a calcio e che se mi proibite di farlo, io lo faccio lo stesso e se mi frustate, le mie grida si trasformeranno in canto. Ecco il senso del mio film in termini di resistente”.

La candidatura all’Oscar riempie Sissako di “fierezza e amore, da prendere con cautela. Ma soprattutto di orgoglio per essere colui che oggi difende non solo i colori del suo Paese, ma quelli di un continente. Perché quando la Mauritania è candidata all’Oscar, è l’Africa tutta ad esserlo, non come per i Paesi europei. E per il mio film questa vetrina mondiale diventa basilare affinché si scopra questa realtà e ci si renda conto che in verità, rispetto alla drammatica attualità, c’è una religione che è presa in ostaggio da fondamentalisti oscurantisti e bugiardi. Perché una religione non può incitare a uccidere l’altro, né non può dire ‘non devi mostrarti, devi coprirti altrimenti non sei…’. Spero Timbuktu dimostri con chiarezza che ci sono persone che sbagliano, trascinando pregiudizi sui musulmani innocenti”.

il Fatto Quotidiano, 13 febbraio 2015