Di musica Francesco Micheli ne capisce davvero, e non solo perché da sempre alimenta la sua leggenda di finanziere di successo con lo strepitoso dettaglio di un pianoforte a coda Steinway installato sul suo veliero di 54 metri Shenandoah of Sark, varato nel 1902. “Mi consente di suonare musica classica, accompagnato dal sibilo del vento nelle vele e dal sapore delle onde”, ama raccontare, beato lui che sa suonare anche con le onde.

Adesso il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini gli regala una grande rivincita. Lo ha designato per il consiglio d’amministrazione della Scala di Milano, che sarà rinnovato il prossimo 16 febbraio, restituendogli il posto che il ministro tecnico montiano Lorenzo Ornaghi gli tolse per darlo ad Alessandro Tuzzi, vicedirettore amministrativo della Cattolica di Milano di cui Ornaghi era rettore. Fuori Micheli e dentro Tuzzi tre anni fa, fuori Tuzzi e dentro Micheli oggi. Delizie dello spoil system all’italiana.

Ma c’è un dettaglio illuminante che lo stesso Franceschini tiene a far trapelare, e cioè che il nome di Micheli a lui proprio non era venuto in mente, e invece gli è stato autorevolmente suggerito da Palazzo Chigi, cioè da Matteo Renzi, di cui Micheli è estimatore e finanziatore della prima ora. E così ogni cosa è illuminata, e la piccola storia della Scala ci restituisce la grande storia di una classe dirigente immortale, refrattaria a ogni rottamazione. A 77 anni Micheli torna alla ribalta del potere musicale sotto le sembianze di giovane renziano rampante, grazie al merito indiscutibile di non aver mai perso la grinta del giovane rampante.

Nativo di Parma e quindi melomane per obbligo etnico, Micheli si è iscritto giovanissimo al partito che potremmo chiamare Dc, non nel senso di Democrazia cristiana ma di Denaro & Cultura. Ragazzo prodigio della finanza nella Montedison di Eugenio Cefis – capostipite della Razza Padrona raccontata da Eugenio Scalfari e continuatore dell’arte di intrecciare potere economico e rapporti politici appresa dal suo maestro Enrico Mattei – Micheli sposa la figlia di Lelio Basso, padre costituente e icona della sinistra, conseguendo in automatico la patente di finanziere illuminato.

Diventa celebre nel 1985, dopo essersi messo in proprio, scalando la finanziaria Bi-Invest della famiglia Bonomi, e consegnandola alla Montedison di Mario Schimberni. Il capitalismo delle grandi famiglie farà pagare a Schimberni il suo sogno di potere in mano ai manager. Dopo l’anatema di Gianni Agnelli (“Bi-Invest humanum, Fondiaria diabolicum”) verrà scalzato da Raul Gardini. Micheli invece continua la sua ascesa, la sua natura di finanziere puro gli consente di non intaccare amicizie e alleanze partecipando alle operazioni più svariate senza pagare dazio e con l’unico risultato di accumulare denaro. Partecipa con Silvio Scaglia alla fondazione di e-Biscom, poi Fastweb, che usa le condotte della municipalizzata elettrica milanese per costruire una innovativa rete in fibra ottica per le telecomunicazioni. La quotazione in Borsa di e-Biscom, nel pieno della bolla internettiana di fine anni 90, gli consente di fare un sacco di soldi mentre migliaia di risparmiatori illusi dalla stessa bolla ci rimettono l’osso del collo.

Ma la reputazione di Micheli è sempre inossidabile, anche perché è un indiscusso maestro nel tenere buoni rapporti con i giornalisti, a cui fornisce la notizia giusta al momento giusto. Paolo Mario Leati, il boss della Lombardfin al centro di un clamoroso scandalo finanziario all’inizio degli anni 90, fu accusato di corrompere grandi firme del giornalismo economico procurando loro facili guadagni in Borsa. Ai magistrati disse che era il suo amico Micheli a mandarglieli, e a decine. Il finanziere illuminato respinse seccamente le accuse, che peraltro non avevano rilevanza penale, e la storia è rimasta confinata nell’allegro scrigno delle voci di mercato, le leggende più diffuse e credute.

Anche perché Micheli è di quei fortunati che con quella bocca possono dire ciò che vogliono. Regala frasi di sprezzante snobismo come questa: “Non faccio mai un’operazione per guadagnare soldi. Faccio operazioni che mi divertono”. Gli è capitato di battersi contro la legge sull’insider trading (utilizzo di informazioni privilegiate per speculare su un titolo in borsa) argomentando che “un po’ di insider è necessario, almeno in piccole dosi”. Gli è capitato di difendere il sistema delle scatole cinesi (catene di società controllate l’una dall’altra e tutte quotate in Borsa) sostenendo che “è l’unico strumento che ha consentito a un capitalismo italiano storicamente povero un certo sviluppo”. E sempre si è preso l’applauso.

Così quando è comparsa all’orizzonte la stella cometa che conduceva a Rignano sull’Arno, l’anziano pianista sull’oceano è stato tra i primi a precipitarsi con i doni, completando l’accreditamento con la partecipazione all’esclusivissimo matrimonio di Marco Carrai, l’amico del cuore del premier nonché smistatore dei rapporti con il business. E alla fine Renzi si è convinto che, nella sua Italia meritocratica, è al giovane finanziere di Parma che il governo deve affidare la soluzione dei gravi problemi della Scala.

Twitter: @giorgiomeletti
da il Fatto Quotidiano del 6 febbraio 2015