Povero Matteo Renzi: i talk show ce l’hanno con lui. Ieri, travolto da un’insolita amarezza, ha così twittato al volgo: “Trame, segreti, finti scoop, balle spaziali e retropensieri: basta una sera alla Tv e finalmente capisci la crisi dei talk show in Italia”.

Poi, a chi gli consigliava (Davide Ricca) di uscire di casa e magari farsi una birretta, giusto per scoprire che esiste un mondo fuori dalla tivù, ha risposto sconsolatamente: “È una cosa seria, Davide. Dobbiamo cambiare modo di raccontare l’Italia e la politica. Non siamo quella roba lì”. Povero Matteo: quanto dolore in queste parole, quanta fatica, quanta ingiustizia.

Il primo tweet è delle 22.45 e probabilmente Renzi ce l’aveva con Piazzapulita. La detesta così tanto da non andarci mai, punendola con la sua presenza ormai quasi abituale nella rivale Quinta colonna. E già qui la cosa fa sorridere, perché Piazzapulita non era certo partito come programma antirenziano: molto semplicemente, come tutti i programmi che fanno giornalismo (e vivaddio ce ne sono), dopo un po’ ha dovuto prendere atto della quantità industriale delle bugie, delle contraddizioni e degli annunci disattesi di Renzi.

Questo, già, è il primo aspetto che colpisce: quello paradossale. Renzi che si lamenta dei talkshow è come il pesce palla che si lamenta dell’acqua troppo bagnata. Nessuno come Renzi vive dentro i talkshow e nessuno come lui è da essi coccolato. Vuoi perché i potenti van tenuti buoni e vuoi perché, se ti discosti dal coro, Renzi non viene più da te e neanche ti manda più i renziani bravi (che son pochi, ma qua e là esistono). Al massimo ti spedisce una Picierno, che al giorno d’oggi vale quanto un Gasparri o giù di lì.

Renzi è diventato Renzi grazie anzitutto ai talk show, che prima lo hanno usato come finto rottamatore e poi come vero restauratore. Eppure, nonostante tutto, Renzi trova addirittura il coraggio di lamentarsi. E lo fa col solito tono lagnoso del renzismo, quello buonista-ottimista, lasciando intendere che lui è il nostro Al Pacino in Ogni maledetta domenica ma purtroppo non tutti i giocatori che ha in squadra meritano un allenatore così bravo. E’ un tono apparentemente garbato e quasi dolente, ma dall’obiettivo chiaro: “Dobbiamo cambiare modo di raccontare l’Italia”. Ovvero: l’informazione va cambiata, così non (mi) va bene. Variazioni sul tema di altri suoi predecessori, da Benito e Bettino fino al maestro Silvio.

Alla fine si cade sempre lì: il renzismo non ha nulla di nuovo rispetto al berlusconismo. Proprio nulla. Ne è solo versione più pallosa e più paracula. Noiosissima e pericolosissima. Anche Berlusconi, pur avendo quasi tutte le tivù a favore (i giornali no: Renzi pure quelli), si lamentava di quanto i talkshow fossero cattivi. E allora, tra un editto e l’altro, telefonava in diretta: ora a Santoro, ora a Lerner, ora a Floris.

Renzi fa la stessa cosa: detta la linea, anela al controllo dell’informazione, dice no a questo e quell’altro giornalista in studio. Come Berlusconi. Cambia la forma, ieri telefonate e oggi tweet, ma il contenuto resta quello. Ed è un contenuto tanto caricaturale quanto foschissimo.

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