Lo Stato Islamico non si smentisce mai. Dopo aver fatto scadere l’ultimatum di 72 ore dato al Giappone per pagare un riscatto di 200 milioni di dollari e lasciato una nazione intera con il fiato sospeso, arriva un nuovo video, completamente diverso dai precedenti. Il giornalista Goto vestito con il tradizionale abito arancione tiene in mano una foto che mostra l’esecuzione del compagno, Yukawa, rapito prima di lui nello scorso agosto. Il video è in realtà un audio-video, l’immagine di Goto è fissa, si tratta di una foto scattata in un interno, non nel deserto iracheno come tutti gli altri video.

L’intelligence, l’antiterrorismo e tutta l’élite che ruota intorno alla grande coalizione anti-Isis organizzata dal presidente Obama lo scorso agosto, si interroga sul perché di questa  innovazione e, naturalmente, si domanda se il video è autentico. Ancora una volta il sistema di comunicazione dello Stato Islamico ha preso un po’ tutti in contropiede ed in un momento particolare. Prima di tutto il video compare quando in Giappone è notte fonda, sabato pomeriggio in Europa e mattina negli Stati Uniti, quando tutte le sale stampa sono semideserte ed i corrispondenti dal Medio Oriente sono in viaggio di ritorno dall‘Arabia Saudita dove si sono tenuti i funerali del re Abdullah e dove la transizione tra la vecchia e la nuova amministrazione è ancora in corso. Un momento, insomma, ideale per far scatenare i social media, ed infatti su Twitter, Facebook e così via imperversano le immagini, i commenti ed anche tante notizie false.

Ma non basta, secondo la Cnn nel video analizzato dall’intelligence ci sono alcune nuove richieste che inficiano quelle passate. L’Isis non vuole più i 200 milioni di dollari ma la liberazione di una donna che nel 2005 ha tentato senza successo di farsi esplodere in Giordania. Si tratta di Sajida Rishawi, al momento nelle mani del governo giordano che l’ha condannata a morte nel 2006 ma non ha mai applicato la pena. L’idea sarebbe quella di uno scambio tra i due.

Sajida Rishawi è un personaggio noto in Giordania, nel 2005 dopo essere stata arrestata a seguito del suo fallito attacco contro l’Hotel Radisson di Amman, durante un programma televisivo confessò la sua colpa e chiese scusa pubblicamente. Il marito ed altre due bombe suicide riuscirono a detonare l’esplosivo e morirono nell’attentato. L’attacco venne attribuito ad al Qaeda ma il mandante era al Zarqawi ed il suo gruppo Tawhid al Jihad, che da sempre avevano nel mirino il loro paese natale, la Giordania.

Se quanto riportato dalla Cnn è vero, e cioè se il video è autentico, allora ci troviamo di fronte ad una mossa molto scaltra. Venerdì sera una delegazione di diplomatici giapponesi è arrivata ad Amman con lo scopo di trovare un modo di negoziare la liberazione degli ostaggi. Una mossa inaspettata, che non è stata pubblicizzata. E’ possibile che da Amman si sia instaurato un contatto con lo Stato islamico e che l’Isis abbia subito sfruttato questa nuova situazione a proprio vantaggio, coinvolgendo nelle trattative la Giordania, paese nemico e molto vicino alla grande coalizione. Ciò spiegherebbe il nuovo stile del video, meno sofisticato e messo insieme in poco tempo.

Va ricordato che la nascita del salafismo radicale, professato dall’Isis, risale al trattato di pace concordato nel 1994 tra il governo giordano e Israele, considerato da molti un evento straordinario. L’accordo rappresenta il riconoscimento ufficiale del diritto geografico di Israele di esistere in una terra considerata parte del Califfato. La firma del trattato, fondamentale spartiacque per il movimento jihadista, ha dato vita a una nuova ondata di organizzazioni clandestine salafite, tra le quali la più importante è stata la giordana al Tawhid dalla quale deriva lo Stato Islamico.

E’ dunque possibile che la richiesta di aiuto dei giapponesi al governo giordano abbia dato all’Isis l’opportunità di prendere due piccioni con una fava. Da una parte reiterare la minaccia al governo di Abe di giustiziare un giornalista giapponese quale risposta alla partecipazione al fronte anti Isis e dall’altra la sfida all’élite politica di Amman, che agli occhi dei sostenitori dello Stato Islamico è da sempre al servizio dell’occidente e non del mondo arabo.

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