Eni si è aggiudicata una concessione per cercare petrolio nella parte meridionale del mare Adriatico. Ma a concederla non è stato il ministero dello Sviluppo economico italiano bensì quello della Croazia. Che la scorsa primavera aveva annunciato una maxi gara per la ricerca di idrocarburi e lo sviluppo di impianti di estrazione su un’area di 12mila chilometri di metri quadrati di mare davanti alle coste pugliesi e abruzzesi, causando non poche polemiche perché – come all’epoca ha spiegato Romano Prodi in un editoriale scritto per Il Messaggero – le trivellazioni verranno effettuate lungo la linea di confine delle acque territoriali italiane. Come dire che gli eventuali rischi per l’ambiente ricadranno anche sull’Italia, mentre gli introiti delle concessioni finiranno nelle casse di Zagabria. Che prevede investimenti da 2,5 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni.

Ebbene, ora il governo guidato da Zoran Milanovic ha comunicato l’esito del bando sulle prime dieci aree (su 29), ognuna delle quali si estende su 1000-1.600 chilometri quadrati: il consorzio costituito dall’americana Marathon Oil e dall’austriaca Omv ne ha ottenute sette, mentre due licenze sono andate alla società pubblica croata Ina e all’ungherese Mol e una al consorzio tra il Cane a sei zampe e l’inglese Medoilgas. Quest’ultima è già attiva in Basilicata e aveva avviato perforazioni al largo di Ortona prima che il progetto fosse bloccato dal ministero dell’Ambiente. La gara aveva una base d’asta da 14 milioni di dollari per tutta l’area e l’esecutivo croato ha reso noto che grazie alle offerte approvate incasserà subito circa 100 milioni di dollari. Entro il 2 aprile saranno sottoscritti gli accordi di esplorazione con i candidati vincitori.

La decisione è stata criticata da rappresentanti del settore turistico del Paese, che oggi vale oltre il 15% del Pil, e dalle associazioni ambientaliste secondo le quali le esplorazioni offshore avranno un impatto negativo sulle coste che attirano ogni anno 12 milioni di visitatori. Per di più per ora il governo non ha richiesto alcuno studio di impatto ambientale. Roma, intanto, resta a guardare. Ma è questione di tempo, visto che come è noto il decreto Sblocca Italia approvato la scorsa estate allarga di molto le maglie per la concessione di autorizzazioni alla ricerca di idrocarburi. E il ministro Federica Guidi ha chiarito più volte di voler rilanciare le trivellazioni in mare “per arrivare ad una bolletta energetica più leggera e sostenibile”.