Giorgio Napolitano alla colazione di lavoro del prossimo Consiglio EuropeoCiò che dirà questa sera il Capo dello Stato sarà, in fondo, del tutto irrilevante, e senza importanza. Quello che conta, ormai, è la sua decisione di abdicare, in un momento in cui nulla di quello che egli aveva espressamente auspicato è stato realizzato.

La legge elettorale è ancora quella che risulta dai “tagli” causati dalla sentenza della Corte costituzionale sul Porcellum, e viene da chiedersi, al di là degli aspetti squisitamente giuridici, come sia possibile la continuazione nel tempo della legislatura con un parlamento eletto attraverso una legge elettorale illegittima. La riforma istituzionale è soltanto all’inizio di un lungo percorso di cui è tutt’altro che certa la conclusione.
Inutile, infine, trincerarsi dietro la fine del semestre europeo, in cui la nostra presidenza non ha prodotto alcun vantaggio per il nostro Paese.
L’unico vero risultato è stato il Jobs Act, il quale, non creerà alcun nuovo posto di lavoro, ma garantirà quella libertà di licenziare  che l’Europa neoliberista da tempo ci chiede.

Perché, dunque, lasciare proprio adesso? Forse perché anche Napolitano è ormai “un po’ stanchino”? O forse perché il vero obiettivo implicito del suo secondo mandato è stato, in realtà, realizzato?

Napolitano è stato rieletto per bloccare quell’aria di rinnovamento che, dopo anni, si è respirata a pieni polmoni con l’elezione politica del febbraio 2013, portando prepotentemente sulla scena un nuovo soggetto politico: il M5S. Da allora è cominciato un lavoro di logoramento condotto anche in prima persona da Napolitano con continue esternazioni contro il M5S, che si sono attenuate con il tempo solo perché, nel frattempo, Renzi si è rivelato, da solo, sufficiente a mandare in crisi le strategie del movimento.

Il “lavoro sporco” di Re Giorgio sembra aver funzionato: Napolitano lascia nel momento in cui il M5S risulta oggettivamente indebolito, non solo dalla emorragia consistente dei suoi portavoce (26 parlamentari hanno lasciato il gruppo parlamentare o sono stati da esso espulsi), ma forse ancor più dalle ultime scelte politiche (dal voto di scambio con il Pd tra Zaccaria al CSM e la Sciarra alla Consulta, alla nomina di un “Direttorio” e di un Comitato di garanzia), le quali danno l’impressione che il Movimento stia sempre più assumendo la forma del partito politico, dopo averci fatto sognare una “democrazia senza partiti” di olivettiana memoria.
Napolitano lascia perché crede che il pericolo, che per lui rappresentava il M5S, sia ormai scongiurato.

Re Giorgio passerà alla storia per aver architettato un ‘colpo di Stato’ contro un governo democraticamente eletto nel 2011 e per essere riuscito, con la sua rielezione, a fermare il sogno di un cambiamento. Certo, la vera ‘svolta autoritaria’ non è ancora compiuta. Ma il Re può, ormai, lasciare che le cose si facciano anche senza di lui: ormai il più è stato fatto, non resta che ultimarlo. E, per questo, basterà Renzi. Sarà lui a dare le carte per l’ elezione del successore. Come andrà non sappiamo, ma una cosa è certa: la rielezione di Napolitano fu una tragedia nazionale, quella del suo successore una farsa.