Dietrofront del governo sulla benzina. Il primo gennaio del 2015 non scatteranno gli aumenti delle accise sui carburanti previsti dal decreto legge sull’Imu del 2011. Nel decreto Milleproroghe, all’articolo 10, è stata inserita una norma che neutralizza la clausola di salvaguardia necessaria per coprire la quasi totale abolizione della tassa sulla prima casa dovuta nel 2013, l’ultima eredità fiscale di Silvio Berlusconi. L’aumento delle accise, di due-tre centesimi, avrebbe dovuto garantire 671,1 milioni di euro per il 2015 e 17,8 milioni entro il 15 febbraio 2016, evitando l’aumento del deficit oltre le previsioni del ministero dell’Economia.

Il testo pubblicato in Gazzetta ufficiale prevede che a coprire i 671 milioni saranno i proventi del rientro dei capitali dall’estero, facilitato dalla legge ad hoc appena approvata. Nel caso in cui non bastasse, e nelle casse pubbliche si formasse comunque un buco, il Tesoro si riserva la facoltà di aumentare entro fine settembre 2015 gli acconti Ires e Irap. Ma, poiché questo significherebbe incassare meno gettito nel 2016, il decreto dispone in quel caso un nuovo aumento delle accise dal primo gennaio 2016. Insomma: la stangata fiscale sarebbe solo rimandata.

In ogni caso, resta il problema dell’eccessivo prelievo fiscale sui carburanti. E del peso che ha sui consumatori. I governi degli ultimi 5 anni hanno aumentato le accise 10 volte e due volte l’Iva. Ad oggi, secondo i dati dell’Unione Petrolifera, l’84-85% degli aumenti registrati dal 2010 sono stati di natura fiscale. La famiglia media, dice la Cgia di Mestre, ha sborsato 257 euro in più rispetto al 2010 nel caso di auto a benzina e 388 euro in più nel caso di auto a diesel. Secondo Assopetroli e Figisc, in media nel mese di dicembre, quando i prezzi dei carburanti hanno raggiunto i minimi da oltre cinque anni, il fisco ha pesato per il 64,45% sul prezzo della verde. Nell’ultimo anno il consumatore italiano ha pagato in media la benzina 25,7 euro centesimi al litro in più che nel resto d’Europa, 24,6 dei quali sono dovuti alle maggiori imposte e 1,1 al prezzo industriale. Il gasolio è costato 23,5 centesimi al litro in più, 23,7 dei quali per le imposte mentre il prezzo industriale è inferiore di 0,2 cent/litro alla media europea. “Nonostante il greggio sia sceso, in Italia il prezzo dei carburanti alla pompa rimane ancora molto elevato. Ovviamente, a incidere è il carico fiscale che, sia sulla benzina sia sul gasolio per autotrazione, non ha eguali in Europa”, ha commentato la Cgia di Mestre.

Lo “stacco fiscale” con l’Europa è destinato tra l’altro ad aumentare sempre di più: ulteriori aumenti sono previsti fino al 2021 a causa di altre clausole di salvaguardia contenute in vari provvedimenti legislativi per un totale di 2,5 miliardi (3,2 se dovesse scattare la clausola del decreto Imu). Secondo l’Unione Petrolifera, se tutte le clausole previste dovessero essere esercitate, l’aumento complessivo dei prezzi alla pompa sarebbe pari a 10-12 centesimi euro/litro.  Quel che è peggio, le stime non tengono conto dell’Iva, che è prevista salire dal 22 al 25,5% tra il 2016 e il 2018. Numeri che, se confrontati con il costo del carburante in caduta libera sull’onda del crollo delle quotazioni del petrolio, appaiono ancora più sproporzionati. I primi di luglio la benzina stava sugli 1,880 euro a litro, oggi viaggia sugli 1,6. Il diesel costava 1,75, oggi 1,535. Il calo è di ben 28 e 21,5 centesimi in sei mesi, circa il 15% e 12% in meno. Solo nell’ultimo mese di dicembre i prezzi sono scesi di 10 centesimi. La benzina, escluse le tasse, è così al minimo da marzo 2010, il diesel da ottobre 2010.