Otto costole rotte, due buchi in testa e un polso fratturato. Ma ufficialmente deceduto per cause naturali. A distanza di oltre 11 anni restano ancora parecchi interrogativi e zone d’ombra sulla morte in carcere a Livorno del 29enne Marcello Lonzi: “massacrato di botte” secondo la madre Maria Ciuffi, morto per cause naturali secondo le inchieste giudiziarie del 2004 e del 2010 (entrambe concluse con l’archiviazione). La Procura di Livorno – ha reso noto l’associazione “Il detenuto ignoto” – ha confermato l’intenzione di chiedere l’archiviazione per l’inchiesta aperta nel 2013 a seguito di un esposto della stessa Ciuffi (nel mirino della madre i primi soccorsi al figlio e l’esame autoptico). Adesso c’è grande attesa per la decisione del gip Beatrice Dani.

Lo scorso giugno il tribunale di Livorno aveva respinto la richiesta di archiviazione avanzata dal pm Antonio Di Bugno, disponendo altri sei mesi d’indagini. Se però da una parte la Procura conferma la propria intenzione di chiedere la chiusura del caso, dall’altro la signora Ciuffi promette ancora battaglia: “Io non mollo – ha dichiarato a ilfattoquotidiano.it – presenterò nei prossimi giorni l’istanza d’opposizione alla richiesta d’archiviazione. Mio figlio ha diritto a avere un processo”. I legali della 62enne livornese avranno adesso 10 giorni di tempo per presentare l’istanza. Il gip dovrà poi decidere se accogliere la richiesta d’archiviazione, disporre il rinvio a giudizio oppure fissare ulteriori nuove indagini: “Mi auguro che la decisione possa arrivare entro la prima metà del 2015”, afferma Alessandro Gerardi, avvocato di Ciuffi e legale dell’associazione “Il detenuto ignoto“.

Lonzi, detenuto presso il carcere “Le Sughere“, morì l’11 luglio 2003: entrato nella struttura detentiva il 1 marzo, avrebbe dovuto scontare 9 mesi di reclusione per tentato furto. Perchè è morto? La signora Ciuffi sostiene che il figlio sia deceduto in seguito a un violento pestaggio subito all’interno del carcere. Le inchieste giudiziarie del 2004 e del 2010 si sono però entrambe concluse con l’archiviazione: “Nel primo caso – ricorda la madre – si è parlato di morte naturale, nel secondo di grande infarto. E’ assurdo: le conseguenze delle percosse sul corpo di Marcello sono evidenti, basta guardare le foto”.

Nel corso degli anni Ciuffi ha diffuso su internet gran parte delle 22 foto choc ritraenti il cadavere del figlio: “Sangue, lividi, escoriazioni, mandibola spaccata e due buchi in testa: Marcello è stato selvaggiamente pestato”, ribadisce. Lo scorso novembre – un po’ come avvenuto per il caso Cucchi – la maxi-riproduzione di alcune di queste foto furono esposte dalla stessa Ciuffi davanti a Montecitorio. “Vi sembra che Marcello sia morto per cause naturali?”, ha più volte chiesto provocatoriamente la donna mostrando le foto a giornalisti e telecamere. L’esposto presentato nel 2013 da Ciuffi mira a far luce sulle operazioni di soccorso e sull’autopsia.

Nel mirino Alessandro Bassi Luciani, il medico legale che effettuò l’esame autoptico e i medici della casa circondariale Gaspare Orlando e Enrico Martellini. Secondo l’accusa sarebbero state commesse “fatali imperizie” e omissioni: “Tutti elementi – precisa a ilfattoquotidiano.it l’avvocato Gerardi – che poi avrebbero portato a dire che la morte di Lonzi è avvenuta per cause naturali. Siamo invece convinti che Marcello sia morto a seguito di percosse“. Gli aspetti da chiarire sarebbero ancora molti: “Il cadavere – sottolinea Gerardi – ha lo sterno sfondato: come si può dire che ciò sia dovuto alle manovre di rianimazione?”.

La signora Ciuffi ricorda inoltre quanto emerso a seguito della riesumazione del cadavere, avvenuta nel 2006: “L’autopsia certifica due costole rotte ma qualche anno più tardi si è scoperto che le costole rotte erano otto. E’ stato detto il falso”. Come si comporterebbe la donna se il gip decidesse di accogliere l’ennesima richiesta di archiviazione? “Come ve lo devo dire che non mollerò mai? Sono pronta anche a rivolgermi a altre Procure, e se c’è bisogno anche alla Corte europea dei diritti dell’uomo“. Poi l’affondo: “Non mi fermerò davanti a niente per avere giustizia. Qui c’è qualcuno che vuol nascondere la verità”.