Ciao Aurelian. Sono un giornalista di Ferrara. Purtroppo ti devo informare che gli assassini di tua sorella sono stati scarcerati.

È tutto quello sono stato in grado di scrivere ad Aurelian Burci. Sua sorella Paula venne torturata a bruciata viva a Ferrara. Paula lasciò il paesino natale nei Balcani, Segarcea, in Romania, per venire in Italia con nella valigia il sogno di fare la parrucchiera. Era l’inizio del 2008.

Prostituzione

Non sono riuscito a dirgli del perché la storia di sua sorella mi sia rimasta come uno spigolo nella memoria. Avrei dovuto spiegargli che commuoveva sapere che il giorno prima di essere avviata alla prostituzione la portarono a farsi fare un’acconciatura. “Il suo volto d’angelo sorrideva come una bambina”, “per lei fu uno dei giorni più belli della sua vita” racconteranno le testimonianze. E che quello fu probabilmente l’ultimo giorno felice della sua vita.

Non sono riuscito a dirgli che chi la costrinse alla strada fu proprio la persona di cui si fidava, l’unica che conosceva qui in città, Gianina Pitroescu, 41 anni. Lei l’aveva fatta ospitare a Villadose, in provincia di Rovigo. Il suo anfitrione, Sergio Benazzo, idraulico di 38 anni, si prendeva il disturbo di accompagnarla ogni sera sul luogo di lavoro. Per questa gentilezza incassava 180 euro al mese di affitto e 20 euro per ogni tragitto.

Non sono riuscito a dirgli che forse uno dei suoi clienti, un ragazzo poco più che maggiorenne, si invaghì di lei e la chiamò il giorno di San Valentino, firmando involontariamente la sua condanna a morte. I suoi aguzzini controllavano in continuazione il suo cellulare. Forse temendo una fuga Pistroescu e Benazzo la cedettero a “un gruppo di malavitosi di una città vicina”.

Non sono riuscito a dirgli cosa successe le ore precedenti alla morte di sua sorella. Da quel luogo Paula fuggì per tornare a Villadose. Erano i giorni successivi al 16 febbraio, quando di Paula ormai si erano perse le tracce. I suoi aguzzini la raggiunsero e iniziò il massacro. “Sergio usò un martello. E poi c’erano altre due o tre persone, loro amici”. Lo scempio continuò con calci e pugni, poi con un forcone che colpì lo sterno, con tale violenza da incrinare le ossa. Le ruppero i denti a martellate. La portarono “al margine di un bosco”, “respirava ancora” e la bruciarono.

Avrei dovuto spiegargli che queste cose i giudici le appresero da una testimone chiave. Sentita in Corte d’Assise in videoconferenza dal carcere romeno di Craiova, la detenuta Jana Serbanoiu raccolse la confidenza dell’ex compagna di cella della Pitroescu: “Gianina mi raccontò che Paula stava ancora respirando e che lei, poi, tornò a orinare nei pressi del cadavere”. No, non potevo spiegarglielo.

Non sono riuscito a dirgli che da quel furore animale si salvò solo un’unghia. Era tutto quello rimasto intatto del corpo rinvenuto il 24 marzo 2008. Lo smalto aveva preservato quel misero frammento, sufficiente per i carabinieri del Ris e la squadra mobile di Ferrara per estrarre il dna e risalire all’identità.

Non sono riuscito a dirgli che, nonostante la condanna in primo grado all’ergastolo (17 luglio 2012), confermata in appello (7 giugno 2013), ora i suoi carnefici sono stati scarcerati.

Non sono riuscito a spiegargli che quel verdetto che rendeva un minimo di giustizia, a lui e ai suoi genitori, è stato annullato a causa di qualcosa che viene chiamato eccezione di competenza territoriale. In Italia è importante il luogo in cui inizia la condotta che porterà all’omicidio. E quella condotta è iniziata in provincia di Rovigo. Poco importa se viene fatta valere al terzo grado di giudizio. Così è. Davanti al tribunale veneto ora dovrà ripetersi da capo l’intero processo. Mentre Pitroescu e Benazzo – scaduti i termini di custodia cautelare permessi dal codice di procedura penale – sono sottoposti al semplice obbligo di dimora. Non è colpa di nessun pubblico ministero, di nessun giudice. Gli articoli 303, 304 e 310 del cpp lo prevedono. A volte concordo con Rabelais quando descrive le leggi come “tele di ragno; ora qua i semplici moscerini e le farfallette vi restano impigliati; or qua i grossi tafani malefici le rompono, ora qua vi passano attraverso”…

Non sono nemmeno riuscito a spiegargli il motivo per cui questo delitto, come è maturato e come si è sviluppato in sede giudiziale, non interessa i giornali.

Sono riuscito solo a dirgli che conosco il posto dove sua sorella è sepolta. Paula, i resti di Paula, sono seppelliti in una fossa comune, nel cimitero di Mizzana, alle porte di Ferrara. Non c’è stato un funerale per lei. Non c’è una lapide oggi con il suo nome. La potrà riconoscere dai numeri di serie: fila 00, numero 102.

Aurelian mi ha promesso di venire un giorno a Ferrara. Io gli ho promesso che lo accompagnerò laggiù. Non c’era bisogno di dirgli che nessuno è mai stato a trovarla. Gli unici che la conoscevano sono coloro che fecero scempio della sua vita. Una vita che non è mai interessata a nessuno.