L’Italia è un paese che ha cambiato pelle, dove la coesione sociale non tiene più, la solitudine avanza, nonostante l’esplosione dei social network, i giovani e le donne vengono mortificati e la politica bypassa sempre di più i corpi intermedi. Politica e istituzioni autoreferenziali  sono vasi non comunicanti che agiscono senza raccordo, alimentando smarrimento e sfiducia.
Le minoranze “vitali”, gli imprenditori medio-piccoli  sono poco inclini a fare gruppo, come  si legge nelle “Considerazioni generali”  cosa che alimenta il loro gene egoista, riducendo le relazioni verso l’esterno. La disaffezione verso lo Stato non aiuta, e le appartenenze associative e di rappresentanza si riducono.
Dall’altra parte ci sono le famiglie, la “gente del quotidiano”, dove regna «la sospensione delle aspettative» alimentata dalla paura (l’80% non di fida degli altri).
È l’Italia del «bado solo a me stesso».

Questo è il ritratto della società italiana 2014 contenuto nel 48° Rapporto Censis e sul quale non posso non esprimere la mia condivisione, soprattutto dopo aver partecipato, per motivi di aggiornamento sulla nuova programmazione dei fondi europei 2014-2020, a vari workshop, convegni e corsi vari;  in tali circostanze infatti ho avuto anch’io modo di constatare un atteggiamento poco associativo da parte di imprese, professionisti e associazioni, propensi a vivere in se stessi e di se stessi.

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La propensione della nostra società a vivere in orizzontale è ulteriormente accentuata dall’attuale crisi della cultura sistemica, sicché di rado vengono realizzati strumenti di comunicazione in verticale.

Un workshop o qualsiasi altro evento che dovrebbe essere un’ottima occasione per fare nuove conoscenze e/o confrontarsi con altre aziende, associazioni o professionisti, spesso si traduce in uno sterile incontro, dove i partecipanti si limitano molto spesso ad ascoltare, annotare qualcosa e poi andar via, senza approfondire la conoscenza con gli altri soggetti.

Eppure l’Europa chiede nei propri bandi, tra i requisiti principali di partecipazione, partnership con altre aziende e/o associazioni anche di diversi paesi Ue, ovvero accordi di partenariato ed in questa ottica sostiene l’importanza dell’impatto dei progetti sul territorio.

L’atteggiamento di scarsa condivisione così diffuso nel nostro Paese, scaturisce soprattutto da una questione di cultura, da cui la consuetudine a non fare “network” o rete, a non creare punti di contatto con altre realtà, nonché da una serie di fattori come la mancanza di assistenza e supporto nel favorire la creazione di queste reti da parte degli enti organizzatori di workshop e degli organi “istituzionali”, la pluralità di fonti informative, spesso non aggiornate, non connesse tra loro e contrassegnate talvolta da un linguaggio troppo tecnico.

Tutto questo determina di conseguenza confusione, incertezza e quindi scarsa affluenza agli eventi formativi da parte di chi dovrebbe essere realmente interessato.

Accade anche che aziende ed associazioni interessate vengano invitate ad iscriversi sui portali e sui registri dei siti “istituzionali”, per avere informazioni e/o possibilità di organizzare incontri tra loro. Poi… il nulla di fatto, perché non vengono mai contattate, restandone scoraggiate, demotivate e private di nuove opportunità.

Interessanti  esempi di comunicazione in verticale, invece, sono gli incubatori di start up (Bic o Business Innovation Centre), che sono spazi attrezzati per sviluppare progetti, con rete wi-fi, sale riunioni, presenza di consulenti vari, con workshop ed eventi di vario tipo, il tutto in condivisione tra start up, web agency, sviluppatori, investitori e liberi professionisti, mantenendo ciascuno la propria indipendenza.

La trasmissione Report ha dimostrato come a Berlino e in Cile, sono gli stessi Stati ad incentivare la creazione di questi  incubatori ed acceleratori di start up con finanziamenti a fondo perduto con eccellenti risultati negli anni successivi, quali la nascita di nuove imprese nate per contaminazione ed attrazione di nuovi capitali.

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