Niente carcere o decapitazioni, ma soldi alle start up di ex terroristi per tenerli lontani dal jihad. L’idea dell’Istituzionale nazionale per l’imprenditorialità dell’Arabia Saudita (Riyadah) è in controtendenza con il pugno duro che i Paesi, sia occidentali che del Golfo, hanno deciso di adottare contro i miliziani jihadisti. Una decisione che ha l’obiettivo, come riporta il quotidiano saudita Saudi Gazette, di dare slancio all’imprenditoria innovativa, aumentare la consapevolezza culturale dell’imprenditore, superare gli ostacoli posti dal mercato e soprattutto frenare il reclutamento da parte dei gruppi fondamentalisti che operano in Medio Oriente consolidando la scelta di chi ha abbandonato l’esperienza radicale.

A sostenere l’iniziativa ci sono anche sei aziende saudite: Sabic, Saudi Aramco, Stc, Alinma Bank, Saudi Credit e Savings Bank, e Tvtc. Il progetto portato avanti da Riyadah va avanti ormai da mesi e molti imprenditori hanno aderito all’iniziativa dell’istituto. L’esperimento è una replica di un progetto tentato già l’anno scorso, con gli startupper che, nell’occasione, dimostrarono “una forte disciplina, tolleranza per nuove sfide imprenditoriali e motivazione”.

Quella di Riyadh non è però la prima iniziativa di questo genere. A settembre, in Danimarca, la città di Aarhus aveva dato il via a un progetto di riabilitazione per jihadisti “pentiti”. Il progetto prevedeva che agli ex combattenti venissero offerte cure mediche, recupero psicologico, la ricerca di un’occupazione e il proseguimento degli studi. “Ciò che facciamo è garantire loro accoglienza nel momento in cui tornano a casa e reinserirli nella società”, aveva spiegato ad Al Jazeera Steffen Nielsen, esperto di criminalità e membro della task force, garantendo anche la non incriminazione delle persone che decidevano di entrare nel programma di riabilitazione.