Gli errori scientifici di “Interstellar” sono un ostacolo enorme nel mio giudizio complessivo del film. Però, riflettendo a freddo, ho trovato alcuni passaggi verosimili, che lasciano qualche spiraglio di consenso verso il lavoro complessivo. Anche se resta un film su cui nutro tantissimi dubbi, e di cui andrei avanti a parlare e discutere per settimane.

Ecco i quattro punti che più mi infastidiscono: 1) Per compiere il viaggio interstellare, il protagonista Cooper deve attraversare un tunnel spazio-temporale, che lo proietta in un sistema parallelo con tre pianeti che orbita attorno a un buco nero. Ma da dove prendono luce e calore questi pianeti? Certo non dal buco nero, che Cooper dovrà attraversare possibilmente senza essere ridotto in cenere. Quindi come possono i pianeti essere abitabili senza luce e calore nei paraggi? 2) Uno dei tre pianeti ha un’orbita molto vicina al buco nero: nei pressi di un buco nero il tempo rallenta, di conseguenza un’ora su un pianeta equivale a sette anni sulla Terra. Per avere quel tipo di dilatazione temporale bisognerebbe trovarsi sulla superficie del buco nero, mentre l’orbita dei pianeti dovrebbe essere grande almeno tre volte la sua massa. Gli orologi a quella distanza scorrono effettivamente più lenti rispetto a uno sulla Terra, ma solo del 20%. Per una dilatazione temporale come quella mostrata nel film, il pianeta dovrebbe essere tanto vicino al buco nero da caderci dentro. 3) Il film dà per scontato che il mais sia l’unico tipo di coltivazione ormai disponibile negli Usa. Ma se il grano non esiste più, da dove arriva la birra che bevono Matthew McConaughey e John Lithgow? 4) Gli effetti delle maree. Un lato del pianeta è molto più vicino al buco nero rispetto all’altro. Ma maggiore è la distanza dalla fonte di energia, minore effetto avrà la gravità. La differenza fra la forza gravitazione esercitata da un buco nero fra i due lati dello stesso pianeta è tanto forte che il pianeta sarebbe allungato e la forza delle maree sarebbe enorme, finendo finirebbe per distruggere il pianeta stesso.

Potrei andare avanti ancora per molti punti, ma quello che mi piace anche raccontare è il limite che c’è tra fantascienza e possibile verità. Rigiro alcune risposte, sulla base di alcuni quesiti che mi sono stati posti. 1) Esistono i buchi spazio-temporali? Apparentemente sì, in un futuro del tutto misterioso; in realtà la possibilità avventurarsi in un buco spazio-temporale, potrebbe effettivamente essere la scorciatoia ideale per unire zone lontane del cosmo. La scienza si interroga seriamente su questa possibilità, che quindi non è del tutto fantascienza. 2) Si sopravvive dentro un buco nero? Il film propone la possibilità di usare un buco nero come transito per raggiungere più velocemente un altro pianeta abitabile. Effettivamente sarebbe una scorciatoia, ma attualmente la possibilità di sopravvivenza dentro il più potente concentrato di forza di gravità dell’Universo sembra alquanto improbabile. 3) Si può viaggiare nell’orbita di un buco nero? Verrebbe da dire che questo è impossibile, perché, appena entrati nel raggio di azione di un buco nero, si viene immediatamente risucchiati da questa forza inevitabile. Anche in questo caso, però, non si tratta di un’ipotesi del tutto da scartare: è sufficiente orbitare al di fuori della“zona rossa”, dentro la quale la fine è irrimediabilmente certa. 4) La forza propulsiva dell’Endurance è possibile? La navicella spaziale Endurance, considerata per molti versi plausibile da diversi esperti del settore, sembra invece piuttosto fantascientifica per l’aspetto di propulsione. Riesce infatti a sfuggire a centri di gravità notevoli, apparentemente senza difficoltà. Anche in questo caso però, è difficile dire che questa ipotesi sia realmente irrealizzabile: gli studi sono sempre alla ricerca di soluzioni innovative a riguardo, come l’ipotesi di una navicella a vela solare, quindi, chissà, magari Endurance è realmente sulla griglia di partenza.

A differenza di “Interstellar” (anche se non c’entra granché) c’è una sitcom americana che mi ha completamente rapito, sedotto, affascinato. The Big Bang Theoryche racconta le vite alquanto dinamiche e fuori dall’ordinario di quattro giovani scienziati, il fisico teorico Sheldon Cooper, il fisico sperimentale Leonard Hofstadter, l’astrofisico indiano Rajesh Koothrappali, l’ingegnere aerospaziale ebreo Howard Wolowitz. Più specificatamente, secondo me, ciascun episodio è in realtà il racconto di un momento di frizione tra la dimensione ideale che questi ragazzi sono portati a vivere, per elezione ma anche in virtù delle loro professioni, è la dimensione del quotidiano, specialmente quando quest’ultima presenta il suo conto e impone, richiede una qualche forma di interrelazione sociale. La parte tecnico-scientifica è coperta splendidamente, e il livello di approfondimento linguistico è altissimo. Questo per dire che imparare, conoscere, studiare, proprio come insegnano gli arguti sceneggiatori di The Big Bang Theory sono compiti spassosi ed è questa, o almeno dovrebbe essere questa, a mio modo di vedere, la scienza che va raccontata. E con questa sofisticata attenzione al dettaglio.