Intorno alla fine del 1700, negli Stati Uniti, una legge della Virginia autorizzò il capitano William Lynch a fare giustizia senza processo. Da qui il ben noto linciaggio. Dopo 250 anni, in Italia, le cose non sono molto cambiate, almeno da un punto di vista culturale. Immigrati, diseredati, mentalmente disturbati, quando si suppone abbiano commesso reati, specie se di natura raccapricciante, sono spesso oggetto di aggressione da parte di cittadini indignati e decisi a “fare giustizia”.

In questi casi, per fortuna, sono salvati dalle forze dell’ordine. E i potenti, o tali considerati per la loro vicinanza al potere, quando sono sottoposti a processo per una o più delle malefatte tipiche del loro ambiente e nel caso in cui siano assolti, diventano oggetto di linciaggio mediatico e morale. Gli organi di informazione diffondono commenti denigratori sulle sentenze e i giudici che le hanno emesse; e i cittadini coinvolti nella vicenda urlano il loro dispetto: vergogna e assassini sono le parole che accomunano nel linciaggio gli imputati e i giudici che li hanno assolti.

Il 26 ottobre 2012 ho scritto un articolo sulla sentenza di condanna emessa dal Tribunale de L’Aquila nei confronti di pubblici funzionari e scienziati. La comunità scientifica internazionale si era mobilitata: i giudici erano stati pazzi e incompetenti perché avevano affermato: “Gli scienziati sono colpevoli perché non hanno previsto il terremoto” quando, come tutti sapevano, una previsione del genere è impossibile. Ho spiegato che i giudici non avevano mai detto una cosa del genere. Gli scienziati erano stati condannati perché avevano assicurato che il terremoto non ci sarebbe stato, motivando con perentorie osservazioni: “I forti terremoti in Abruzzo hanno periodi di ritorno molto lunghi… non c’è nessun motivo per cui si possa dire che una sequenza di scosse di bassa magnitudo possa essere considerata precursore di un forte evento”; lo sciame sismico che interessa L’Aquila da circa tre mesi è un normale fenomeno geologico; allo stato attuale non vi è pericolo. In conseguenza di queste rassicurazioni, i cittadini erano ritornati nelle loro case dove erano stati sorpresi dal terremoto. Ecco perché erano stati condannati. E ho osservato che, vero come è vero che i terremoti non si possono prevedere; perché diavolo gli scienziati avevano previsto che il terremoto non ci sarebbe stato? Insomma, ho tentato, con i miei limiti professionali e di informazione sul caso specifico, di formulare osservazioni critiche, riflessioni che potevano essere condivise o meno ma che in nessun modo mettevano in dubbio la legittimità e l’autorità giuridica del processo e della sentenza. Cosa che – pare – preoccupa pochissimo commentatori e cittadini. Da una parte la comunità scientifica, a suo tempo indignata da un presunto ma inesistente processo alla scienza, esulta per la ristabilita giustizia (e se la Cassazione dovesse annullare con rinvio l’assoluzione anche quei giudici sarebbero “pazzi e incompetenti”?). Dall’altra cittadini coinvolti a livello patrimoniale e sentimentale esplodono di rabbia per un assoluzione “vergognosa e venduta”.

Tutti discepoli di Lynch, tutti con la verità in tasca: gli innocenti (quelli che loro considerano tali) non devono essere condannati; e i colpevoli (quelli che loro considerano tali) non devono essere assolti. Una sentenza che decida diversamente è inaccettabile. Mi sono sempre chiesto che cosa rappresenti per questa gente il processo. Se il colpevole e l’innocente sono tali fin dall’inizio, quando si verifica un evento e si comincia a indagare; se non si è disposti ad ammettere che indagini e processo (tre, in Italia abbiamo tre gradi di giudizio) servono per accertare le responsabilità; se non si capisce che imputato e condannato non sono sinonimi e che le conclusioni definitive del processo possono essere diverse dalle ipotesi iniziali (anche dalle sentenze del grado di giudizio precedente). Allora il processo a che serve? Un processo così sarebbe solo l’immutabile celebrazione di un dogma che non può essere messo in discussione; l’orpello formale di un’uccisione ritualizzata (oggi sostituita dalla prigione, almeno in Italia); un linciaggio civilizzato. Ed è significativo che questa posizione non si differenzi intellettualmente quando oggetto della sentenza sia l’assoluzione o la condanna.

Tutto questo indica quale sia realmente la cultura sociale e giuridica del nostro Paese. I cittadini non capiscono che la giustizia (umana, quella amministrata dallo Stato) è solo un mezzo per garantire una pacifica convivenza; che le sentenze servono ad attribuire torto o ragione e a condannare o assolvere in maniera definitiva, per evitare che ci si faccia giustizia da soli e che dunque prevalga la legge del più forte (non necessariamente da un punto di vista fisico: anche e soprattutto a seguito della forza, influenza, potere del gruppo di cui fa parte); che non sempre la verità processuale e quella sostanziale coincidono e che una sentenza può dare ragione a chi non ce l’ha e assolvere un colpevole o condannare un innocente; che, tuttavia, un modo migliore per vivere insieme non è stato trovato. Ma la cosa peggiore è che i cittadini non capiscono che delegittimando il processo e i giudici aprono la via alla prepotenza e all’arbitrio. È solo questione di tempo e anche i giudici (che sempre uomini sono) cominceranno a chiedersi a quale parte inferocita conviene dare ragione.

il Fatto Quotidiano, 15 Novembre 2014