È clinicamente morta, ma nonostante l’elettroencefalogramma piatto una 36enne resterà attaccata alle macchine perché porta in grembo un bimbo ancora vivo. Cercheranno di farlo nascere i medici dell’ospedale San Raffaele di Milano, che puntano a portare avanti la gravidanza della donna, colpita da un’emorragia cerebrale alla 23esima settimana di gestazione e arrivata nei giorni scorsi all’Irccs di via Olgettina. È quanto riporta il Corriere della Sera.

La donna dove si trova in Terapia intensiva neurochirurgica, spiegano fondi ospedaliere decise a mantenere il più stretto riserbo su una vicenda drammatica ed eccezionale che ha pochi precedenti al mondo. Per ora il feto è troppo piccolo per sopravvivere fuori dal corpo materno, ‘incubatrice’ ideale per farlo crescere e sviluppare. L’obiettivo è far continuare a battere il cuore della donna alimentando artificialmente il bebè, in modo da raggiungere almeno la 28esima settimana di gravidanza per poi procedere al taglio cesareo. Dal punto di vista rianimatorio la donna è assistita dal team di Luigi Beretta, mentre l’équipe di ginecologi e ostetrici guidati da Massimo Candiani monitora costantemente le condizioni del feto. Se e quando arriverà il momento, si tenterà l’impresa. È stata la famiglia, il marito della donna e i suoi genitori, che hanno voluto che i medici procedessero per salvare la vita del feto.

Casi del tutto diverso da quello che la cronaca aveva registrato lo scorso gennaio. Le autorità del Texas, contro il parere dei genitori e del marito, non intendevano staccarle la spina. Una battaglia legale durata mesi aveva poi visto la famiglia ottenere un provvedimento dai giudici che autorizzavano a non proseguire. Una vicenda che aveva ricorda quella italiana di Carolina Sepe, che aveva partorito dopo quattro mesi di coma vegetativo, vittima di uno sparo alla testa in una lite e morta il 4 gennaio all’ospedale Cardarelli di Napoli. Un altro precedente risale all’agosto del 1993 ed è quello di Trisha Marshall, 28 anni, dichiarata in stato di morte cerebrale alla 17esima settimana di gravidanza. Il caso era stato raccontato dai media statunitensi. Anche questa donna era stata ferita e fu tenuta attaccata alle macchine per 105 giorni. Nel 2005, invece, al San Martino di Genova si era aperto un dibattito sull’opportunità di tenere in vita una donna in coma profondo, al quinto mese di gravidanza, per permettere al feto di crescere.