La bocciatura di Monte Paschi agli stress test della Bce era ampiamente prevista. Ancora venerdì si parlava però di un deficit di capitale intorno a 1 miliardo di euro, superabile agevolmente con l’emissione di un bond ibrido, un prestito convertibile in capitale. Le voci sulla possibile emissione del bond e su eventuali cessioni di asset che avrebbero scongiurato un nuovo aumento di capitale hanno lanciato la speculazione al rialzo sul titolo in borsa, che venerdì sera ha chiuso a +10,68%.

Oggi i numeri diffusi dalla Bce sono molto peggiori. A Monte Paschi mancano 2,11 miliardi di euro: più del doppio del previsto. A pesare, per 600 milioni di euro, la brutta storia del derivato “Alexandria” negoziato con la banca giapponese Nomura, che sarebbe servito ad Mps ad abbellire il bilancio del 2009. La Bce ha considerato “Alexandria” a tutti gli effetti come un derivato, mentre la banca continua a contabilizzare l’operazione come “titoli di stato”.mps-640

Quello che succederà d’ora in poi è incerto. La banca ha reso noto in un comunicato stampa di aver incaricato le banche Ubs e Citigroup di esplorare opzione strategiche, tra cui una possibile fusione. Un ulteriore aumento di capitale da oltre 2 miliardi di euro appare poco probabile, come anche l’emissione di bond ibridi per la stessa cifra. Chi, infatti, sarebbe disposto a investire in una banca che in quattro mesi ha bruciato l’intero aumento di capitale monstre da 5 miliardi di euro, sottoscritto con successo a giugno?

Tra i possibili acquirenti continua a circolare il nome della banca francese Bnp Paribas, che in Italia ha già acquisito nel 2006 la Banca Nazionale del Lavoro (Bnl). Un’ipotesi che piacerebbe anche ai sindacati. Ma Bnp – fa notare il Financial Times – è ancora sotto shock dopo la multa record da 9 miliardi di dollari inflitta dalle autorità americane per aver gestito (dal 2002 al 2012) transazioni con Sudan, Iran e Cuba, paesi sotto embargo negli Stati Uniti. Perché dovrebbe ora sobbarcarsi l’onere di rilevare e ristrutturare una banca in seria difficoltà che per i prossimi anni non produrrà profitti?

Un altro possibile acquirente, la banca spagnola Santander, si trova in una delicata fase di transizione dopo la morte del suo fondatore e presidente Emilio Botín in settembre. Da più parti si parla poi di non meglio definiti “fondi americani”. Ma al massimo i fondi potrebbero essere un’ennesima soluzione provvisoria: nel lungo periodo servirebbe un partner bancario, interessato a rilanciare l’operatività della banca.

Un’altra ipotesi che si sta facendo strada è quella di uno spezzatino, una divisione della banca in vista della cessione di asset per fare cassa. Secondo quanto rivelato da fonti vicine all’istituto senese al mensile Valori (www.valori.it), si potrebbe presto concretizzare una “tripartizione”. L’idea dell’ipotetico piano di smembramento prevede di mantenere sotto il marchio “Mps 1472” le filiali dell’Italia centrale, che diventerebbe a tutti gli effetti la “banca delle regioni rosse”. Le filiali del Nord Italia (la ex Antonveneta) potrebbero essere vendute a un gruppo bancario mentre il Sud – che è carico di sofferenze creditizie – potrebbe essere acquisito dallo Stato (che recupererebbe in questo modo il miliardo di euro di Monti bond che Mps deve ancora restituire) o trasformarsi nel nucleo iniziale di una “bad bank” pubblica, nella quale si farebbero eventualmente confluire anche parte dei crediti non performanti di altri gruppi bancari.

Un progetto che richiederebbe naturalmente la benedizione del governo Renzi, che dovrebbe esporsi a un’operazione dai risvolti tutt’altro che popolari.

Mps ha ora due settimane di tempo per rispondere alla Bce. Indipendentemente dalla soluzione che sarà scelta, una cosa sembra chiara: la “banca rossa” come la conosciamo, serbatoio di voti e scambi di favori per il Pd locale e nazionale, sembra avviata verso la fine. Un epilogo triste per la terza banca italiana: la più antica in attività a livello globale e la più longeva al mondo. Forse ancora per poco.