Quello che non ho mai detto è un libro che arriva dopo anni faticosi di assenza di comunicazione, in una lingua trovata con il dito indice della mano destra, attraverso la tastiera di un computer. È un’autobiografia che emerge dal fondo di una sindrome che intimorisce anche solo a nominarla: l’autismo. A scrivere questo testo che commuove, scuote e istruisce è Federico De Rosa, un ragazzo di 20 anni, che quando ne aveva appena uno ha iniziato a perdere la capacità di interagire con la realtà. “I miei genitori mi hanno raccontato che nei primi mesi di vita ero un bambino particolarmente bello, robusto nella struttura fisica, biondissimo, con gli occhi azzurri e i lineamenti del viso dolci e armoniosi”, scrive De Rosa. Poi il buio: “Non capivo nulla delle situazioni che vivevo”. Dopo la diagnosi tempestiva è cominciata una lenta risalita verso il mondo esterno conquistata con anni di terapie, esercizi, costanza e molto amore da parte di una madre, un padre, due fratelli, vari terapeuti e insegnanti. Un training che ha portato Federico a frequentare e a finire il liceo scientifico, con una media del 7 e mezzo, con picchi di 9 in latino e chimica, a farsi degli amici e a frequentare con assiduità la parrocchia del quartiere.

“Non capivo nulla delle situazioni che vivevo”

“Ho scritto questo libro per aiutare le migliaia di persone autistiche che soffrono del non poter essere pienamente comprese, nella loro oscura diversità, dai loro familiari non autistici”, racconta De Rosa a ilfattoquotidiano.it attraverso un’email. “Il mio intento è di costruire un ponte attraverso il quale la vostra società neurotipica possa comprendere meglio e quindi integrare le persone autistiche”. Con il termine “neurotipici” l’autore definisce tutti i non autistici, “inquietantemente complicati e non sempre accoglienti”, per i quali comunicare e stare in compagnia sono attività considerate “normali”. Ai neurotipici, scrive De Rosa, “gli autistici appaiono spesso totalmente persi nel loro mondo, tra fantasie, stereotipie, vere fissazioni del comportamento. Altri sembrano giganteschi e privi di intelligenza; altri ancora così terrorizzati di tutto da frustrare ogni desiderio di contatto”. Un’apparenza che cela mondi incredibili, fatti di paure (“che avvenga un evento capace di invertire il processo del mio progressivo miglioramento nel comprendere e nel vivere la realtà, risucchiandomi come un vortice verso la prigione del mio passato”), idiosincrasie (“mi arrabbio se mi si dice buongiorno”), e speranze (“di trovare una compagna di pochissime parole e di un amore che si nutre di una sintonia interiore che cresce nel silenzio”).

“I non autistici sono complicati e non sempre accoglienti”

L’idea di Quello che non ho mai detto (edizioni San Paolo, 14 euro) “non è nata da me – racconta De Rosa – Io ho sempre pensato di scrivere cose molto ovvie. Però ogni volta rimanevo profondamente stupito per il grande apprezzamento che riscuotevo. È stato mio padre a dare ai miei scritti una diffusione sempre più ampia, fino a quando non si è concretizzata la possibilità del libro. Per me è stato come toccare il cielo con un dito. In un istante sono passato dal silenzio quasi totale alla comunicazione più piena. Ho cominciato il 15 dicembre 2013 e ho terminato a fine aprile del 2014. Ogni giorno riflettevo e costruivo il testo nella mia mente. Poi un paio di pomeriggi a settimana mi mettevo al computer per tradurre ciò che avevo in testa. L’editor di Edizioni San Paolo, Riccardo Ferrigato, mi ha dato una grossa mano nel cambiare l’ordine di sequenza degli argomenti trattati, che seguivano la sostanziale casualità della mia riflessione. Inoltre una buona metà del libro è costituita dai miei scritti composti negli anni precedenti”.

La madre, Paola, aveva capito le potenzialità della comunicazione via pc

Si tratta di squarci sulle prime mosse di De Rosa nel linguaggio verbale, che accompagnano il lettore in un passato di tentativi, conquiste e amore. Come quello della madre Paola, la prima ad avere intuito le potenzialità della comunicazione via computer. La tastiera è servita a Federico, a 12 anni, per raccontare al padre che la sua tristezza era dovuta al fatto che “la porta per entrare nel mondo dei sani è lontana” e che la vita non può essere bella “perché io sono autistico”. Difficile non restare colpiti anche dall’incipit di un tema di seconda media, dal titolo “La mia vita tra 20 anni”. “Tra 20 anni io ne avrò 33. Andrò in giro per il mondo a vedere donne incinte per capire se i loro bimbi sapranno parlare per curare l’autismo. Io giocherò con i loro bimbi per aiutarli a crescere e a imparare a parlare”.