Diversi ma complementari: il fotografo italiano Gianni Berengo Gardin e lo statunitense Elliott Erwitt per la prima volta a confronto fino all’1 febbraio all’Auditorium Parco della Musica di Roma nella mostra curata da Alessandra Mauro “Gianni Berengo Gardin-Elliott Erwitt. Un’amicizia ai sali d’argento. Fotografie 1950-2014”. 120 scatti che raccontano i percorsi di due maestri della camera oscura, alcuni molto celebri, altri poco noti e altri ancora addirittura appena realizzati e mai mostrati finora. Una sequenza di ritratti, paesaggi, scorci di città e di “microcosmi” privati ora delicati e poetici ora drammatici e dolorosi che hanno il grande dono dell’immediatezza. Un progetto espositivo insolito che ripercorre la loro carriera dai primi anni Cinquanta fino agli ultimi reportage: Berengo Gardin ha recentemente immortalato le gigantesche navi che, entrando a Venezia, fanno tremare i suoi monumenti; Elliott Erwitt invece per il suo ultimo lavoro è stato in Scozia dove ha scattato fotografie poi confluite nella mostra “The Great Scottish Adventure” che descrivono i luoghi, le tradizioni, la vita dei suoi abitanti. In mostra anche i provini delle loro più importanti creazioni e una ricostruzione del loro studio, il luogo magico dove la loro arte si rivela.

Due “cronisti” attenti, due grandi interpreti della realtà attraverso la fotografia, ciascuno con tratti fortemente caratterizzanti ma capaci di dialogare, negli stessi anni hanno scrutato luoghi diversi rappresentando soggetti analoghi. Due percorsi professionali, iniziati quasi nello stesso periodo, il cui fil rouge è proprio nei sali d’argento e che vengono ricostruiti in questa rassegna dove i loro scatti trovano un punto in comune nella profonda amicizia che li lega. Due amici che hanno lavorato insieme su alcuni progetti e che raccontano il mondo con curiosità senza mai stancarsi di documentare e di denunciare, ma soprattutto due maestri del bianco e nero che sanno anche far sognare: con l’avvento del digitale che ha reso molto più veloce e completamente nuova la produzione delle immagini, Berengo Gardin e Elliott Erwitt sono rimasti tra ultimi a operare sui provini cercando gli scatti migliori per poi dosare luci e ombre, bianco e nero attraverso acidi e sali d’argento. “C’è un comune rapporto con il tempo, tipico dei fotografi che lavorano con i sali d’argento. Si scatta e poi si aspetta e solo dopo si può vedere l’immagine. Un lungo processo che aiuta a raffreddare i sentimenti. C’è inoltre da parte di entrambi lo stesso interesse per la strada, i bambini, i temi sociali”, ha detto la curatrice Alessandra Mauro.

Erwitt più concentrato sulla realtà internazionale: il ritratto di Jacqueline Kennedy al funerale del marito nel 1963 o quello di Marilyn Monroe sul set de “Gli Spostati”, l’incontro tra Krusciov e Nixon a Mosca nel 1959, Che Guevara, Grace Kelly sono tra i suoi maggiori capolavori. Berengo Gardin focalizzato sull’Italia di ieri e di oggi: restano memorabili il reportage sull’istituto psichiatrico di Parma nel 1968 e quello sul campo nomadi di Palermo nel 1997 così come gli splendidi paesaggi toscani. Entrambi abili nel ritrarre il “momento giusto” o, come si dice in gergo, lo “scatto perfetto” perché capaci di cogliere prima con lo sguardo, poi con la macchina fotografica gli input della realtà. Con l’obiettivo sempre puntato sulla cronaca dell’esistenza, i percorsi creativi di Gianni Berengo Gardin e Elliott Erwitt s’incontrano sul terreno comune dell’“osservazione partecipata”.

Non sono un artista, sono un fotografo che documenta la sua epoca. A Elliott mi accomuna questo, abbiamo la stessa concezione della fotografia”, ha dichiarato Gianni Berengo Gardin. “Ma – ha continuato – quello che ci unisce davvero è l’interesse per l’umanità”.