Staranno in fabbrica giorno e notte, dividendosi i turni per coprire anche sabato e domenica. Si sistemeranno in mensa, forse anche nello spogliatoio, porteranno viveri e coperte. Qualcuno anche la famiglia. E presto quello che fino a ieri era solo il luogo di lavoro diventerà la loro seconda casa. Così i dipendenti della sede della Titan di Crespellano, in provincia di Bologna, hanno deciso di rispondere all’annuncio della multinazionale, che ha comunicato l’intenzione di chiudere e lasciare a casa 193 persone, praticamente l’intero personale.

“Ieri i vertici della multinazionale che controllano lo stabilimento – racconta Michele Bulgarelli, funzionario della Fiom di Bologna – hanno annunciato di voler aprire una procedura di mobilità per la chiusura di Crespellano. Per questo “l’assemblea della Titan di Crespellano ha deciso all’unanimità l’occupazione dell’azienda contro la chiusura e i licenziamenti”.

In altre parole si tratta di un’assemblea permanente, approvata da tutti lavoratori, su proposta dei delegati. “Da qui non uscirà nemmeno un bullone” assicurano gli operai. “Ci hanno detto che le produzioni saranno trasferite a Finale Emilia, nel modenese, dove c’è l’altra sede della multinazionale – spiega Giovanni Anselmi delegato dellaTitan – Ma è un ragionamento inaccettabile, perché qui ci sono 193 famiglie che lavorano. Anche se l’azienda sostiene che è una manovra dalla quale non torneranno indietro, noi cercheremo con tutte le forze di fargli cambiare idea”.

Intanto l’azienda fa sapere, attraverso un comunicato, che “la necessità di chiudere lo stabilimento Titan, con il conseguente licenziamento di 193 dipendenti, deriva dagli effetti congiunti di uno strutturale calo della domanda di ruote agricole, nonché dalla perdita del business con un importante player multinazionale operante del settore delle costruzioni”. Nel testo il presidente di Titan Italia, John Michael Akers, giustifica la scelta con “la volontà di assicurare alla realtà italiana di Titan un consolidamento delle competenze e della capacità produttive nel vicino sito produttivo di Finale Emilia, contenendo quindi i costi di struttura”. Passando poi alle possibili soluzioni, “l’azienda – si legge ancora nel comunicato – ha anche dichiarato la volontà di attivare un confronto aperto nelle opportune sedi, anticipando alle organizzazioni sindacali alcune possibili iniziative”.