Dieci condannati per omicidio colposo su 12 imputati, ma anche l’esclusione dell’omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro che riduce di parecchio i risarcimenti richiesti dalle parti civili. Alla sbarra ex dirigenti e manager della Montedison. Il processo per le morti al petrolchimico di Mantova ha emesso la prima sentenza letta dal giudice Matteo Grimaldi. Dei 73 morti per malattie correlate all’esposizione a sostanze lavorate (amianto, diossine, benzene, stirene, butadiene, acrinlonitrile e dicloretano) negli stabilimenti fra gli anni 1970 e 1989, soltanto le famiglie di 11 di loro hanno ottenuto risarcimento per un totale di 8 milioni. Sono gli operai morti per mesotelioma, tumore ai polmoni collegato all’esposizione all’amianto. E anche un risarcimento per un linfoma correlato all’esposizione al benzene.

“Credo sia la prima volta in Italia che dal punto di vista giuridico si correla l’insorgenza di un tumore del sangue, come il linfoma, all’esposizione al benzene” spiega il procuratore Capo di Mantova, Antonino Condorelli, che ha sostenuto l’accusa con il sostituto Alberto Sergi. In ogni casoil procuratore si dice “soddisfatto, perché questa sentenza e questo processo dimostrano che non ci siamo inventati le accuse”. Giorgio Mazzanti è stato condannato a 5 anni, Amleto Cirocco a 8 anni e 10 mesi, Pier Giorgio Gatti a 7 anni e 6 mesi, Gaetano Fabbri a 7 anni e 8 mesi, Luigi Diaz a 4 anni e 6 mesi, Riccardo Rotti a 6 anni e 5 mesi, Paolo Morrione a 5 anni e 6 mesi, Gianni Paglia a 5 anni e 7 mesi, Andrea Mattiussi a 4 anni e 3 mesi e Francesco Ziglioli a 2 anni e 4 mesi. Sono stati assolti Giorgio Porta e Giorgio Schena.  

La sentenza ora è da studiare e le motivazioni saranno depositate entro 90 giorni. Alcune condanne sono più pesanti di quanto richiesto dalla pubblica accusa; però, quel che è possibile percepire fra il pubblico presente in aula, composto per lo più da familiari dei 73 morti inseriti nel processo, è insoddisfazione perché il numero delle morti di cui è stata riconosciuta la responsabilità agli ex manager e dirigenti della Montedison è decisamente inferiore alle richieste. Molte le prescrizioni per i casi di mesotelioma e non sono stati riconosciuti i morti per tumori a pancreas e fegato. Soddisfatte le difese perché il mancato riconoscimento del dolo riduce a poche decine di migliaia di euro il risarcimento alle parti civili Syndial e Polimeri, che avevano chiesto 237 milioni di euro.

Insomma, luci e ombre. Il processo è stato lungo, faticoso e ricco di colpi di scena. La prima udienza è dell’11 gennaio 2011, ma la vicenda giudiziaria prende il via nel 2000. Due gli spunti che fanno partire l’inchiesta: il primo è lo studio epidemiologico di Paolo Ricci dell’Asl di Mantova, che riscontra un numero più alto di certi tipi di tumore, correlabili scientificamente all’esposizione a certe sostanze lavorate nel petrolchimico di Mantova, Montedison, nella zona intorno agli stabilimenti e fra gli operai; il secondo è un esposto che due consiglieri regionali fanno in Procura sulla scorta dello studio presentati da Ricci. Le indagini iniziano nel 2001. I sostituti procuratori di Mantova, Tamburini e Martani, raccolgono e sequestrano migliaia di documenti nelle sedi milanesi del’azienda e in otto anni di indagini esaminano oltre duecento decessi, spulciando minuziosamente le cartelle cliniche di ognuno, valutano dove hanno lavorato, in quali reparti, con quali sostanze sono stati maggiormente a contatto.

La pubblica accusa si avvale della consulenza del professor Lorenzo Tomatis, direttore dell’agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, che studia la correlazione far certe sostanze lavorate negli stabilimenti Montedison di Mantova e gli effetti oncologici che una esposizione prolungata a queste può determinare. Tomatis, però, muore nel 2007 e il processo, per l’accusa, subisce un duro colpo. Si arriva davanti al giudice per le indagini preliminari nel marzo 2010 con 16  manager Montedison sotto accusa, che poi diventeranno 11. Il giudice ammette tutte le parti civili a processo: le famiglie delle vittime, sindacati dei chimici, due aziende del gruppo Eni, la Polimeri Europa, la Syndial, il Comune e la Provincia di Mantova e la Regione Lombardia. Gli accusati si affidano a un pool agguerrito di avvocati che cerca in ogni modo di smontare la tesi che i dirigenti fossero a conoscenza della pericolosità, per gli operai, delle sostanze lavorate negli stabilimenti della Montedison di Mantova.

Sono accusati della morte di 72 operai, che diventeranno 73 nel corso del processo. Muore, infatti, per mesotelioma, Dino Beduschi che fa in tempo a deporre davanti al giudice. “Nessuno – ha detto Beduschi nel corso dell’udienza – ci ha informato dei pericoli. Nessuno mi ha mai detto: stai attento. Ma sapevo di lavorare in un posto poco sicuro. Bastava una scintilla per far esplodere tutto”. Il processo va avanti fra cambi di giudici e pubblici ministeri. Quelli che arrivano a sentenza, Condorelli e Sergi, chiedono una pena complessiva di ottant’anni di carcere per gli undici imputati e un maxi risarcimento di 324 milioni di euro richiesto dalle parti civili.