Kinshasa, anni Venti del Novecento. Spostamenti resi più facili dai “nuovi” mezzi di trasporto, treni e convogli per le merci. Inoltre, un boom demografico e una sessualità sempre più spinta e frenetica, resa possibile anche dalla prostituzione “di massa”. Infine, le nuove terapie mediche, con le iniezioni – con aghi spesso infetti – come cura a ogni male. L’università di Oxford insieme a quella di Lovanio, in Belgio, hanno ricostruito esattamente quando e dove il virus dell’Hiv, responsabile per l’Aids, fece il primo “salto di specie” dalle scimmie all’uomo, diventando endemico per decenni, per poi esplodere in tutto il mondo negli anni Ottanta del secolo scorso. 

Il periodo – rintracciato grazie all’analisi storica del genoma dell’Hiv – è appunto quello degli anni Venti, quando iniziò il colpo di coda dell’era degli imperi, un’epoca di sviluppo per le nazioni colonizzate e di grandi cambiamenti sociali. Il luogo, dicono ora gli studiosi delle due università, era la Kinshasa (Leopoldville fino al 1966) allora avamposto del potere belga in Africa, la più grande città di quella che ora è la Repubblica Democratica del Congo. Con un parallelo inquietante, per quanto riguarda l’origine del virus, con l’attuale epidemia di Ebola: la notizia relativa a una trasmissione dovuta ai cacciatori che maneggiavano la carne della selvaggina delle foreste. Sangue e altri liquidi biologici infetti. E così si arrivò a quel numero di persone che finora hanno contratto l’Hiv: 75 milioni in tutto il mondo

“Fu la tempesta perfetta”, dicono ora gli studiosi. Il Belgio aveva infatti appena costruito le ferrovie, facilitando gli spostamenti della popolazione e portando, ogni anno, un milione di pendolari a Kinshasa. Inoltre, tutti quei lavoratori – maschi – che portarono la rete dei binari nel Congo non fecero altro che far aumentare la sproporzione fra uomini e donne, in un rapporto di due a uno che rendeva difficili le relazioni amorose e quasi impossibile, per gli operai, trovare una fidanzata o una moglie. Come conseguenza, sottolineano gli scienziati, si ebbe un aumento della prostituzione, spesso in case di piacere, con un aumento “incredibile” di malattie a trasmissione sessuale. Fra le quali, appunto, l’Aids. Che allora, chiaramente, non si chiamava così, era una malattia praticamente sconosciuta, ma gli scienziati, studiando il genoma del virus, ne sono ora certi: l’Hiv rimase endemico per almeno sessant’anni, per poi esplodere negli anni Ottanta e colpire, in primo luogo, la comunità omosessuale di Stati Uniti ed Europa. Ancora, sottolineano gli studiosi di Oxford e Lovanio, in un certo qual modo anche la moderna medicina è stata colpevole. In quegli anni le cliniche cominciarono a effettuare le iniezioni così come le conosciamo noi oggi. Con aghi spesso infetti, chiaramente e, una volta che la persona malata saliva su un treno per tornare nella sua provincia di provenienza, il virus viaggiava sullo stesso vagone. 

Parlando con la Bbc, il professor Oliver Pybus dell’università di Oxford, ha detto: “Possiamo vedere le impronte della storia nei genomi di oggi, che hanno lasciato una traccia, un segno della mutazione del Dna che che non può essere eradicato. Così facendo abbiamo potuto ricostruire ‘l’albero genealogico’ del virus e rintracciare le sue radici”. Ormai, del resto, è quasi certo, almeno per la scienza ufficiale: l’Hiv è una versione mutata di un virus degli scimpanzé, un’immunodeficienza dei primati tuttora presente in molte comunità di scimmie. Secondo gli studiosi “il passaggio fra animale e uomo non è avvenuto solo una volta” ed ecco così la presenza di diversi ceppi del virus, con dei sottogruppi che, in Africa, sono endemici di alcune zone ben specifiche. Pybus e il team di studiosi hanno così definito anche la prima vera causa del diffondersi del virus: “Una zona molto popolata e molto in crescita, dove anche la medicina di quei tempi registrava un’alta incidenza di malattie sessualmente trasmesse”. Un boom demografico, insomma, unito alla maggiore facilità di movimento. “Ed è affascinante ora avere uno sguardo interno alla prima fase della pandemia dell’Hiv”, ha commentato il professor Jonathan Ball, che ha collaborato con il gruppo di ricerca. Proprio mentre l’epidemia dell’Ebola, che finora ha ucciso più di 3mila persone in Africa, ha persino fatto il salto dell’Oceano, arrivando – ma finora solo con un caso accertato – negli Stati Uniti d’America. Non treni ma aerei questa volta, ma le similitudini sono tante, hanno ammesso gli studiosi.