Lo aveva già ventilato in più di una occasione, ma ora Barack Obama lo ammette chiaramente: gli Stati Uniti hanno sottovalutato l’Isis e i suoi progressi in Siria, dove la guerra civile ha creato le condizioni per il rafforzamento e l’avanzamento dello Stato islamico. Mentre in Iraq la battaglia si avvicina a Baghdad e si rincorrono le voci sull’uccisione del capo presunto del gruppo Khorasan, Obama ha fatto ‘mea culpà su alcuni errori di valutazione: l’intelligence, ha sottolineato, “ha sottostimato quello che stava accadendo in Siria”, divenuta “l’epicentro per i jihadisti di tutto il mondo”. Ed errori ci sono stati anche sul fronte iracheno. “Abbiamo sopravvalutato la capacità dell’Iraq si combattere gli estremisti”, ha affermato il presidente Usa in un’intervista a ‘60 Minutes‘. Proprio le forze irachene hanno respinto un attacco dell’Isis a 40 chilometri da Baghdad, in una battaglia durata cinque ore, con le tribù sunnite che hanno aiutato le forze filo-governative irachene.

Nell’intervista, a Obama viene chiesto perché i combattenti dello Stato islamico siano riusciti a controllare così tanto territorio in Siria e in Iraq. Il presidente risponde che le forze dell’esercito degli Stati Uniti con l’aiuto delle tribù sunnite sono riuscite a respingere i combattenti di Al Qaeda, che sono tornate “sottobanco“. “Durante il caos della guerra civile siriana, dove essenzialmente ci sono grandi parti del Paese completamente non governate, sono riusciti a ricostituirsi e ad approfittare del caos”, ha detto Obama. Il presidente Usa ha definito la Siria l’epicentro per gli jhadisti di tutto il mondo. La forza militare, ha aggiunto, è necessaria per ridurre le loro capacità, tagliare i finanziamenti ed eliminare il flusso dei combattenti stranieri. Al tempo stesso, ha aggiunto, sono necessarie soluzioni politiche in Medioriente, che mettano d’accordo sia sunniti che sciiti. I conflitti tra le due più grandi sette dell’Islam, ha spiegato, sono la più grande causa di conflitto nel mondo. Al momento la priorità è distruggere l’Isis: “Dobbiamo respingerli, ridurre il loro spazio e lavorare per eliminare il flusso di combattenti stranieri”. Un colpo durissimo gli Stati Uniti e gli alleati potrebbero averlo inflitto al gruppo Khorasan, di cui avrebbero in uno dei raid ucciso il leader. L’indiscrezione, che circola da giorni, non è confermata ma è stata rilanciata da un esponente jihadista su twitter e ripresa dal Site, lo scrupoloso centro americano di sorveglianza dei siti islamici.

I raid di Stati Uniti e alleati nel frattempo proseguono: negli ultimi due giorni ce ne sono stati otto in Iraq e in Siria, alcuni condotti con droni. Colpite delle raffinerie dell’Isis, di cui una vicino al confine con la Turchia. Preme per un’estensione degli attacchi aerei britannici il premier britannico, David Cameron, che punta a ottenere il via libera a missioni oltre che in Iraq anche in Siria. Ma per farlo ci vuole un altro passaggio alla Camera dei Comuni.

L’azione militare per indebolire l’Isis, ribadisce comunque la Casa Bianca, non include lo spiegamento di truppe sul campo. Un messaggio al quale tuttavia gli americani non credono: il 72%, secondo un sondaggio di Wall Street Journal e Nbc, ritiene che saranno dispiegate truppe di terra. Convinto che sia necessario l’invio di soldati americani sul terreno è anche lo speaker della Camera, John Boehner. Prima o poi, ha affermato, sarà necessario: “Vogliono ucciderci, e se non li distruggiamo prima noi ne pagheremo il prezzo”. Le minacce di attacchi terroristici in tutto il mondo lanciate ieri sera dal fronte al Nusra, braccio siriano di al Qaida che sembra essersi saldato in un’alleanza del terrore con i vecchi nemici dell’Isis, sembrano dargli ragione.