“Dove è scritto che il Pd vuole abolire l’articolo 18?”. La domanda arriva da Pier Luigi Bersani che, a diMartedì in onda questa sera su La7, prende le distanze dalla proposta del governo di abolire la norma per i neoassunti e ribalta la definizione renziana di “totem ideologico”: “Non è un simbolo – dice – ha certo un aspetto simbolico, e non si può buttarlo via”. E grazie all’articolo 18 “il lavoro non è solo salario, è la tua dignità, la tua libertà, il tuo diritto alla trasformazione di questo mondo”. Ma l’ex segretario dem mette anche in guardia il presidente del Consiglio che spesso ricorda il successo elettorale del 40 per cento ottenuto dal partito alle scorse Europee. “Con il mio 25% Renzi sta governando – ha detto Bersani -. Io non ci sono al governo, mi va bene, non chiedo riconoscenza ma rispetto”.

Intende anche rasserenarlo sulle sue eventuali ambizioni prendendo a prestito l’hashtag che l’ex sindaco di Firenze usò con Letta prima di prendere il suo posto a Palazzo Chigi (“Ho sentito che avrei chissà quale obiettivo, che starei lavorando per chissà quale piano. A Renzi e agli altri dico ‘state sereni’, ma sul serio, non per finta. Io sono solo fedele a miei ideali di gioventù, sono a posto, non ho niente da chiedere”), poi boccia l’opportunità di un eventuale patto con Silvio Berlusconi sulla riforma del lavoro: “Si parla con tutti ma la parola patto è troppo stretta, non c’è una ragione né politica né numerica”, per rivolgersi ad altri. E non manca la stoccata “pedagogica” all’entourage di Renzi, da dove “ora stanno spiegando a me come si sta in un partito, sono appassionati della ditta, fantastico. Ma vorrei spiegare a questi ragazzi che una direzione non è il posto dove prendere o lasciare su quanto già avvenuto”.

Parole che arrivano nel giorno in cui la minoranza Pd a Palazzo Madama – da 29 a 38 senatori – ha presentato sette emendamenti al Jobs Act, che riguardano tutti l’articolo 4 della legge delega sul contratto a tutele crescenti e dunque il riordino delle forme contrattuali. Le proposte di modifica prevedono piena tutela dell’articolo 18 – quindi anche della possibilità della reintegra in caso di licenziamento illecito – per tutti i neoassunti “a partire dal quarto anno di assunzione” con contratto a tutele crescenti. E ancora chiarire e rendere oggettivi i parametri in base ai quali è possibile prevedere una revisione delle mansioni lavorative, priorità alla riforma degli ammortizzatori sociali rispetto alla revisione delle tipologie contrattuali – di cui si chiede esplicitamente di ridurne il numero – e controlli a distanza disponibili solo sugli impianti e non sui lavoratori. Emendamenti che Ncd, dice il presidente della commissione Lavoro del Senato Maurizio Sacconi, non voterà “mai” e che sono “irricevibili” perché fanno emergere “una visione vecchia e ideologica”. Ma la minoranza Pd non esclude l’ipotesi di un referendum tra gli iscritti nel caso in cui Renzi non sia aperto alla mediazione. 

Bersani: “Renzi non chiede consigli, ma non possiamo darli” – A Renzi consiglio di avere un rapporto più amichevole più colloquiale con il suo partito, qui bisogna risolvere i problemi del Paese”, dice Bersani a diMartedì. Sullo scontro sul Jobs Act “a Renzi dico che le accuse mosse da lui sono le stesse di Tremonti e Fornero. Io ho tenuto duro, punto”, spiega ancora l’ex segretario che, rispondendo a chi gli chiede se il Pd stia diventando come Forza Italia, dopo una breve pausa, sottolinea: “Il governo ha tutte le condizioni per durare. Noi abbiamo davanti una nuova strada del sistema politico in Italia”, o si imbocca questa strada o “restiamo sulla strada di questi vent’anni”.

Bersani definisce il presidente del Consiglio “un tipo svelto, intelligente, che ha l’energia di una centrale atomica, impaziente, un protagonista vero che ha tra le sue caratteristiche quella di non chiedere consiglio. Ma noi siamo della vecchia guardia, di battaglie ne avremo pur viste, qualche consiglio possiamo pure darlo”. Con Renzi “ci sentiamo raramente”, aggiunge Bersani, che poi dice: “Mi auguro che avendo davanti 1500 metri e non 100, questa energia prenda un ritmo, una cadenza. Non usciamo dai nostri guai con improvvisi miracoli, occorre essere sicuri di aver preso la corsia giusta”.

“Incontro con la maggioranza per documento unitario. Referendum tra elettori è extrema ratio” – Sulle proposte di modifiche alla legge delega i proponenti chiedono un incontro alla maggioranza per provare a stilare un documento unitario in vista della Direzione di lunedì. Per circa due ore, nella sala Aldo Moro alla Camera, gli esponenti delle diverse aree della minoranza Pd si sono riuniti per discutere degli emendamenti alla riforma del Lavoro. Presenti all’incontro Alfredo D’Attorre e Stefano Fassina (Area riformista), ma anche Rosy Bindi, Pippo Civati, i presidenti delle commissioni Bilancio e Lavoro della Camera Francesco Boccia (che ha votato Renzi al congresso) e Cesare Damiano. E ancora, Vannino Chiti, Barbara Pollastrini e Paolo Fontanelli.

“Da parte nostra – spiega D’Attorre – c’è grande disponibilità e fiducia che si possa arrivare a una posizione unitaria”. L’intento, specifica, è farsi promotori di una “soluzione unitaria” nel Pd sul modello tedesco, con il contratto a tutele crescenti e la previsione del reintegro in caso di licenziamento illegittimo dopo i primi tre anni. “Se Renzi però non è disponibile a nessuna mediazione, sullo sfondo resta la necessità di interpellare il nostro popolo, come extrema ratio”, conclude D’Attorre. Il riferimento al referendum tra gli iscritti del Pd che non è però al momento, sottolinea, all’ordine del giorno.

Alla direzione la minoranza del Pd ha chiesto al presidente dell’Assemblea, Matteo Orfini, di mettere all’ordine del giorno anche la legge di stabilità. “E’ un pezzo fondamentale” della riforma del lavoro, sottolineano Alfredo D’Attorre e Stefano Fassina al termine di una riunione alla Camera. Nella legge di stabilità, spiegano, si dovranno trovare le risorse per riformare gli ammortizzatori sociali. Risorse che, stima Fassina, ammontano ad “almeno 4 miliardi”. L’ex viceministro all’Economia ha inoltre sottolineato che “è ridicolo” spiegare, come ha fatto anche questa mattina Giuliano Poletti, che “il reintegro resterà per i licenziamenti discriminatori. Chi mette in mezzo il reintegro per i discriminatori come concessione alla minoranza Pd – ha detto Fassina – non sa di che parla: la tutela in quel caso è prevista dalla Carta fondamentale dei diritti dell’uomo del 1948, credo nessuno possa mettere in discussione quei principi”.

Articolo 18 dal quarto anno di assunzione – Uno degli emendamenti prevede le stesse tutele contenute nel contratto a tempo indeterminato anche per i nuovi assunti con quello a tutele crescenti previsto dal ddl delega Lavoro (Job act). Con questo emendamento, quindi, sarebbe prevista anche la reintegra in caso di licenziamento senza giusta causa per i neoassunti con contratto a tutele crescenti dopo 3 anni di lavoro. In sostanza si introduce un ‘limite’ alla validità del nuovo contratto a tutela crescente in relazione all’anzianità del lavoratore: dopo quattro anni si fa riferimento alle tutele previste dal sistema attualmente in vigore.

La proposta di modifica – a prima firma Federico Fornaro – prevede anche “l’attuazione di un monitoraggio della disciplina relativa al licenziamento illegittimo al fine di valutare l’efficacia e l’efficienza delle procedure di conciliazione e giudiziarie vigenti anche sotto il profilo della certezza dei tempi della definizione della controversia e, conseguentemente, di individuare ogni opportuno intervento di revisione delle stesse”. 

Revisione mansioni lavorative – L’emendamento a prima firma di Maria Cecilia Guerra e sostenuto da altri 27 senatori richiede che la revisione delle mansioni lavorative, incluso il demansionamento, possa avvenire in caso di “processi di riorganizzazione, ristrutturazione o conversione aziendale individuati sulla base di parametri oggettivi e oggettivabili” e che siano contemplati “limiti alla modifica dell’inquadramento”. Inoltre, si prevede che la contrattazione collettiva, anche aziendale o di secondo livello, “possa individuare ulteriori ipotesi” rispetto alla revisione delle mansioni.

Ammortizzatori sociali – I senatori Maria Cecilia Guerra, insieme a Erica d’Adda, Maria Grazia Gatti e Federico Fornaro indicano inoltre la necessità di provvedere prima alla riforma degli ammortizzatori, con tanto di specificazione delle risorse, e l’individuazione delle politiche attive, poi alla revisione delle tipologie contrattuali. I senatori dem chiedono inoltre che, come prevede il testo attuale, i controlli a distanza siano possibili solo sugli impianti e non sui lavoratori. La proposta di modifica – prima firmataria Erica D’Adda, sostenuta da 31 senatori – punta ad aggiungere “sugli impianti” nel principio della delega che prevede la revisione della disciplina dei controlli a distanza.

Negli emendamenti si richiede inoltre di mantenere il limite massimo di 5mila euro guadagnati attraverso il sistema dei voucher all’interno della possibile estensione del ricorso a questa tipologia di rapporto di lavoro. Al momento la delega prevede la “possibilità di estendere il ricorso a prestazioni di lavoro accessorio per le attività lavorative discontinue e occasionali” senza specificare un tetto massimo di stipendio complessivo.

Infine, l’emendamento a firma di Lucrezia Ricchiuti e sostenuto da 30 senatori che prevede la riduzione in modo esplicito dell’attuale numero delle forme contrattuali per “individuare e analizzare tutte le forme contrattuali esistenti, ai fini di poterne valutare l’effettiva coerenza con il tessuto occupazionale e con il contesto produttivo nazionale e internazionale, in funzione di interventi di semplificazione o superamento delle medesime tipologie contrattuali”.

Sacconi: “Emendamenti irricevibili” –  “Gli emendamenti presentati dalla minoranza del Pd sono irricevibili per chi voglia riformare il mercato del lavoro”, dice il presidente della commissione Lavoro al Senato e parlamentare Ncd, Maurizio Sacconi secondo cui le modifiche della corrente del Partito democratico “ipotizzano il contratto a tempo indeterminato con un assurdo periodo di prova senza articolo 18 di tre anni confermando, tra l’altro, che l’articolo 18 è modificabile ma poco. È una proposta senza senso perché la flessibilità in un triennio è già garantita dalla liberalizzazione dei contratti a termine”.

Su mansioni e controlli a distanza, commenta poi Sacconi, gli emendamenti “consentono solo accordi sindacali come già dispone la legge vigente prodotta nel 2011 ma poco attuata per le diffuse resistenze sindacali a rendere flessibili le mansioni e ad utilizzare le tecnologie per consentire il telelavoro con i relativi canali di comunicazione”. E infine per i voucher “non si vuole consentire ad una brava babysitter di cumulare molte ore con molti datori di lavoro anche oltre i 5000 euro annui. Per non dire del rinvio di queste ‘coraggiose’ innovazioni a un non meglio precisato e mai precisabile momento di ampliamento degli ammortizzatori”. Dalle proposte della minoranza Pd, per Sacconi “emerge insomma una visione vecchia e ideologica perché fondata sul persistente pregiudizio nei confronti dell’impresa. Noi non li voteremo mai”.