Un altro rapporto, l’ennesimo avvertimento: la situazione climatica è sempre più critica e abbiamo poco più di un decennio per invertire la tendenza e far diminuire le emissioni globali di gas serra. Questo il succo del messaggio, stavolta proveniente dall’Organizzazione Mondiale dei Meteorologi (Wmo), recepito il 9 settembre dalla maggior parte dei quotidiani nazionali con titoli cubitali sulle homepage dei siti online. Nonostante la copertura mediatica, però, la maggior parte dei cittadini e delle istituzioni italiane sembrano essere ancora distanti anni luce da questo tema. Come mai?

Le ragioni di questo distacco, di questa sorta di “muro invisibile” che ci divide dal fare nostra una questione tanto specifica quanto trasversale, sono svariate; ritengo, tuttavia, che possano essere identificate tre problematiche principali.

La mancanza di formazione. Questa lacuna, forse la più grave, si palesa a svariati livelli: quello scolastico, dove i programmi di scienze non dedicano mai più di due pagine (spesso spiegate di corsa o completamente saltate) a quella che sarà la più importante sfida dell’uomo nel XXI secolo; quello politico, in cui il tema del cambiamento climatico riesce ad emergere solo, come in questo caso, in seguito alla pubblicazione di rapporti o al verificarsi di catastrofi di origine atmosferica (in poche parole, ci deve scappare il morto); infine, il mare magnum dell’opinione pubblica: scienziati improvvisati, esperti di altre discipline, giornalisti impreparati: tutti si sentono in diritto di pontificare sul cambiamento climatico tra bufale, pubblicazioni di siti improbabili, dati sbagliati e leggi fisiche che la fisica stessa non sapeva di possedere.

A tutto questo, è ora di dire basta. Occorre smettere di trattare uno fra i sistemi naturali meno lineari che esistano come un qualcosa di banale e riducibile a meccanismi elementari. Smettere di fare collegamenti con il buco dell’ozono, i raggi cosmici o le scie chimiche. Smettere di chiedere pareri a pseudoscienziati che non abbiano mai studiato la fisica del clima o la situazione oceano-atmosferica odierna. Qualcuno potrebbe obiettare che sempre di scienziati si tratti: ma chi si farebbe operare al cuore da un ortopedico solo in quanto laureato in medicina? La differenza è sempre quella: la specializzazione. Siamo nel duemilaquattordici ed è giunto il momento che, quando si parli di clima, si ascoltino solo gli esperti di clima, sia dal mondo della scienza che da quello dell’associazionismo.

Ciò conduce alla seconda grande problematica: la definizione di “ambientalismo”. Nel corso degli ultimi decenni, il concetto di ambientalista ha assunto in Italia una connotazione estremamente vaga e con accezioni, ai più, negative. Ma è forse proprio il ricorso all’ambientalismo a non essere pienamente appropriato quando si parla di cambiamento climatico, per il semplice motivo che ciò ci induce a ritenere che la battaglia vada fatta solo “per l’ambiente”. Niente di più fuorviante, per due ragioni: la prima, perché pensando che il problema sia dell’ambiente tendiamo ad allontanarci dall’idea che le conseguenze possano riguardarci in prima persona; la seconda perché, udite udite, il pianeta non è in pericolo.

E’ da vent’anni che si susseguono appelli come “ultima chiamata per salvare la Terra”, o “stiamo uccidendo il Pianeta”, ed anche a questo è tempo si ponga un limite, non tanto per la ridondanza del messaggio quanto per la sua eccessiva approssimazione. Nel corso dei suoi miliardi di anni di esistenza, infatti, la Terra è passata attraverso eruzioni e terremoti giganteschi, atmosfere a composizioni differenti, periodi superserra, ere glaciali: eppure, continua a ruotare attorno al proprio asse. Non è dunque il pianeta a dover essere salvato, ma piuttosto la nostra capacità (e quella delle altre specie) di continuare a vivere su di esso, in quanto i cambiamenti climatici in atto stanno avvenendo su scale temporali talmente brevi (mai viste prima nella storia) da mettere a repentaglio le nostre capacità di adattamento. Può sembrare una precisazione superflua, ma questo tipo di impostazione comporta un cambiamento radicale.

Il terzo ostacolo, infine, è la paura di affrontare il problema. Infatti, quando anche qualche intrepido riesce a districarsi fra i vari termini scientifici, ad eludere la disinformazione ed a prendere piena coscienza della pericolosità del fenomeno, questi si scontra talvolta con la paura di affrontarlo; ed allora, tende a volgere lo sguardo da un’altra parte. Ma come biasimare il timore e il sentimento di impotenza che un essere umano può provare innanzi ad un problema tanto più grande di lui? Come rispondere alla domanda, legittima: “cosa posso fare?”

Il compito degli esperti e dei divulgatori deve essere anche questo: aiutare le persone a trovare la risposta al quesito, fornendo suggerimenti e spunti di riflessione. A tal proposito, anche la solita lista di consigli green (riciclare, riutilizzare, installare luci a basso consumo, muoversi in bici…) andrebbe superata. Non per accantonare ottime pratiche che aiutano il cittadino a vivere meglio, a diminuire il proprio impatto e a volte anche a risparmiare qualcosa sulle bollette; ma perché non possiamo, deontologicamente, cercare di convincere una persona che un problema globale come il cambiamento climatico possa essere risolto solo da misure personali.

Ciò che bisognerebbe dire al cittadino è che, se vuole veramente fare qualcosa per contribuire a fermare il cambiamento climatico, dovrebbe “scendere in piazza”. Il motivo principale per cui le negoziazioni climatiche procedono così a rilento è infatti che la volontà politica in campo è insufficiente; e, si sa, un tema è raramente prioritario per i politici fino a quando non lo diventa per gli elettori. Da anni, in molti paesi si organizzano manifestazioni contro i sussidi ai combustibili fossili, o per spingere i governi a rompere l’immobilismo e adottare finalmente provvedimenti adeguati a scongiurare un aumento di temperatura media globale maggiore di 2°C entro la fine del secolo (soglia riconosciuta dalla comunità scientifica come “limite” per un futuro sostenibile).

Ebbene, è giunto il nostro momento: questo settembre rappresenta l’inizio di una roadmap di 15 mesi nel corso dei quali si terranno cinque conferenze sul clima per cercare di arrivare ad un accordo entro la COP21 di Parigi (dicembre 2015), ultima tappa del percorso. Dobbiamo dunque scendere tutti in campo e chiedere, con vigore, che il cambiamento climatico diventi un tema centrale nella politica nazionale ed internazionale, affinché le scelte dei leader si orientino in questa direzione. La società civile ed il mondo ambientalista si stanno già organizzando in tutto il mondo: in occasione del Climate Summit, indetto da Ban Ki Moon per discutere di clima con i capi di stato, sono previsti oltre 2700 eventi in 160 paesi. A New York l’evento principale, la “Marcia per il Clima”, alla quale parteciperanno anche lo stesso Segretario Generale dell’ONU e il Ministro dell’Ambiente italiano Galletti. Decine di eventi organizzati anche in Italia, per quella che si annuncia come la più grande mobilitazione per il clima mai avvenuta nella storia: ovunque vi troviate, cercate l’evento più vicino sul sito peoplesclimate.org, partecipate e fatevi sentire. Possiamo farcela, insieme. Per un nuovo inizio.

di Federico Brocchieri