Oggi, sui social network e sui siti specializzati, è tutto un fiorire di elogi sorpresi a Fedez, il rapper che da ieri sera è ufficialmente giudice del talent X Factor, in onda su SkyUno. Bene, anzi benissimo. Finalmente la televisione italiana si accorge di personaggi diversi dal solito, apparentemente antitetici allo showbiz banale e tranquillizzante di casa nostra.

Ma davvero c’era bisogno di assistere alla prima puntata di X Factor per scoprire Fedez? Se non ci si fosse limitati alle apparenze, alle etichette affibbiate per appartenenza a generi vissuti come compartimenti stagni, se gli entusiasti di stamattina avessero seguito con maggiore attenzione la parabola artistica di Fedez, forse oggi saremmo meno sorpresi.

Sì, perché Federico Leonardo Lucia, classe 1989, milanese dell’hinterland, aveva già abbondantemente dimostrato di essere un personaggio notevole, dotato di una personalità spiccata, di un cervello più che funzionante, di un approccio alla musica e alla vita che va oltre lo stereotipo del rapper tatuato. Basterebbe leggere i suoi testi, tanto per cominciare: non c’è una sola rima banale, un concetto superficiale, nemmeno quando Fedez attinge al tradizionale patrimonio figacentrico del rap o quando si atteggia a stronzo che non deve chiedere mai (è un cliché irrinunciabile per chi fa rap).

E se proprio il rap non lo sopportate, andatevi a rivedere la puntata di Announo, il talk condotto da Giulia Innocenzi su La7, che aveva ospitato un brillantissimo Fedez pronto a ridicolizzare con intelligenza e sicurezza il solito Carlo Giovanardi sul tema delle droghe leggere. Quella sera, per quanto mi riguarda, ho solo avuto la conferma di quanto già traspariva dalle sue rime. Fedez è un venticinquenne con una lucidità rara, tra i giovani della sua età, con solidi principi coniugati con un approccio mai banale, al passo con i tempi, per certi aspetti anche lontano dal solito approccio un po’ machista del rap.

E si commuove, sì. “Nonostante il corpo tatuato”, si sorprende qualcuno. Come se il tatuaggio sia di per sé il marchio di un cuore di pietra, di una persona senza profondità o slanci emotivi. È il conformismo italiano, il conservatorismo culturale che ammorba questo paese, che genera questo tipo di equivoci. Viviamo stretti e scomodi nelle minuscole celle che ci assegnano gli altri, quelli fissati con la catalogazione dei tipi umani, quelli che amano le etichette a prescindere.

Ebbene, ben svegliati amici miei: Fedez non è uno stereotipo, non è quello che credevate. E bastava prestare un po’ più di attenzione al suo lavoro di rapper per capirlo, senza attendere la consueta benedizione televisiva.

Ma se un talent show ha il merito di squarciare il velo dell’ipocrisia piccoloborghese di casa nostra e di mettere in crisi le convinzioni granitiche del pregiudizio italico, ben venga X Factor. Tra i tanti meriti, da oggi il format di SkyUno può annoverare anche questo: aver fatto conoscere anche a un pubblico mainstream la disarmante e preziosa normalità di un artista di grande valore, di un ragazzo che rappa da Dio e ragione ancora meglio.