Madre italiana, padre siriano, Susan Dabbous è nata trentadue anni fa ad Aleppo, in Siria. Trasferitasi a Roma dall’età di tre anni, studia Scienze Politiche alla Sapienza e rapidamente scopre la sua vocazione per il giornalismo. Curiosità, coraggio e predilezione per gli esteri la accompagnano in giro per il mondo, dove si costruisce un background internazionale occupandosi principalmente di ambiente, immigrazione e infine di Medio Oriente, quando nel marzo del 2011 decide di partire in Siria per seguire da vicino la rivolta popolare contro il dittatore Bashar al-Assad. Dopo l’arrivo di alcuni gruppi jihadisti affiliati ad al Qaeda e con l’intensificarsi dei conflitti, durante l’aprile del 2013 Susan viene sequestrata insieme ad altri tre giornalisti italiani, tutti tenuti prigionieri per undici giorni. A marzo 2014 ha anche pubblicato il libro Come vuoi morire? (Castelvecchi), in cui racconta questo drammatico momento della sua vita. Dopo un paio di anni con base a Beirut, oggi vive tra Roma e Gerusalemme, collabora con diverse testate italiane, in particolar modo con Skytg24, e nel 2013 ha vinto il Premio internazionale per la libertà di stampa Isf-Città di Firenze, attribuito dall’associazione Information safety and freedom.

“Nonostante le mie origini e nonostante abbia ancora diversi familiari che vivono in Siria – spiega Susan – non ci sono tornata fino all’età di venticinque anni. Era il 2007, tutto era ancora intatto e la prima cosa che ho notato è stata la straordinaria capacità di conservazione di questo paese, non ancora invaso dal turismo di massa e con un aspetto un po’ retrò che lo rendeva uno dei luoghi più magici al mondo. Ma andando oltre questa prima sensazione, la Siria è stata caratterizzata da una durissima dittatura di oltre quarant’anni, con fasi alterne di avvicinamento e allontanamento ai paesi occidentali, che le hanno permesso di stare in piedi anche in mezzo alla tempesta. Basti pensare ad Hafiz al-Assad (al potere dal 1971 al 2000, ndr), padre dell’attuale dittatore, che negli anni ’70 e ’80 è riuscito, con una improbabile alleanza con l’Iran, ad avere un’influenza politica sia sull’Iraq che sul Libano e quindi a trovare un equilibrio in mezzo a quei tre paesi al periodo travolti da guerre, rivoluzioni e trasformazioni epocali.”

 “Dopo la morte del padre, nel 2000, gli è succeduto il figlio Bashar al-Assad, che tutto il mondo ha potuto vedere di cosa fosse capace. Ma credo ci sia un tacito consenso sulla dittatura in Siria dal punto di vista internazionale, altrimenti non si spiegherebbe come sia stato possibile non intervenire nel momento in cui la sommossa popolare che tentava di rovesciare il regime veniva annientata con rastrellamenti e colpi di mortaio sulla folla. Oggi, quando si assiste al lancio di droni e alla nascita di coalizioni anti-Isis per combattere lo Stato islamico in Iraq, mi chiedo perché non sia accaduto lo stesso in Siria, dove questo gruppo era già presente da oltre un anno. Con l’arrivo della Primavera araba e il grido d’aiuto di un popolo sceso in strada per chiedere elezioni democratiche, penso che nel 2011 un intervento militare avrebbe potuto cambiare le sorti di quella rivolta. E penso sarebbe stato utile anche nel 2012, quando ancora esisteva una valida opposizione organizzata, composta da intellettuali, professori, scrittori e politici che oggi si sono allontanati dal Consiglio nazionale siriano, oramai formato da circa 400 soggetti diversi che non hanno né la forza né la credibilità per opporsi veramente al regime di Assad. Ma adesso la situazione si è troppo incancrenita per poter fare qualcosa e non riesco proprio a immaginare come e quando si uscirà dallo stallo attuale.”

Interpellata sulla rapida evoluzione del movimento jihadista dell’Isis (Stato islamico dell’Iraq e della Siria) e sulla sua abile capacità di reclutare sempre più seguaci anche fra Europei e Americani, Susan Dabbous parla di fenomeno emulativo: “Nel 2000 si era verificata la stessa cosa, quando diversi occidentali avevano deciso di partire e combattere al fianco di al-Qaeda, quindi non credo ci siano troppe differenza sotto questo punto di vista. Mi ha invece colpito la concretezza del progetto auspicato, di unificare la parte orientale della Siria e quella occidentale dell’Iraq sotto lo Stato islamico, che nonostante la sua assurdità è stato presto raggiunto a causa del malcontento della comunità sunnita nei confronti del governo sciita in Iraq e per colpa della fragilità politica di questi due Paesi. Detto ciò, penso che le recenti mire panislamiste di estendere questo territorio all’intero mondo arabo finirebbero per trasformarsi in un percorso suicidario che imploderebbe su se stesso come è successo ad al-Qaeda. Inoltre, questo Stato islamico esiste da soli tre mesi e già ha commesso esecuzioni sommarie e crimini che la popolazione locale non accetterà a lungo, e le probabilità di un’ennesima rivolta crescono di giorno in giorno.”