‘È arrivata la pioggia”, disse Nicolás Maduro riemergendo con un forzato sorriso dalle tenebre nelle quali la sua corpulenta immagine era all’improvviso precipitata. ’E con la pioggia – aggiunse accompagnato dai molto compunti cenni d’assenso dei gerarchi accanto a lui seduti – sono arrivati i fulmini, il vento ed i tuoni…’.

Di che stava parlando il Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela? Era, la sua, una metafora politica? Un richiamo ai lampi ed ai tuoni, al vento che fischia ed alla bufera che urla mentre, come vuole una vecchia e nobilissima canzone della resistenza italiana, i partigiani con le ‘scarpe rotte’ vanno marciando verso il ‘sol dell’avvenire’? No, nulla di tutto questo. La pioggia in questione – che peraltro andava in quelle ore cadendo su Caracas senza alcuna particolare furia – non era che la molto pratica e presunta causa d’un blackout (o apagón): quello che – malaugurata replica d’uno dei più abituali accadimenti della quotidianità venezuelana –  aveva sul più bello interrotto la presentazione, in diretta televisiva, d’una nuova appendice burocratica della politica governativa: il ‘Registro Unico Nacional Obligatorio del los Productores y Productoras agricolas’.

Quello profferito da Maduro per spiegare ai telespettatori (i non molti che a quell’ora non si trovassero, a loro volta, immersi nelle oscurità del blackout) il perché della brusca interruzione della sua predica televisiva, altro in effetti non era, volendo sintetizzare, che un classico ‘piove’, non solo epurato dal suo più tradizionale seguito – il ben noto ‘governo ladro’ – ma pronunciato, al contrario, in ostentata difesa d’un governo le cui migliori energie sono da tempo dedicate a cercare altrove i veri colpevoli dei suoi fallimenti. Manca la luce un giorno sì e l’altro pure? Colpa della pioggia (o, se è il caso, della siccità). O, ancor più frequentemente, colpa dei ‘sabotaggi’ d’un “nemico” molto ben identificato e, al tempo stesso, innominabile. Molto ben identificato perché si tratta, ovviamente, dei nemici di Chávez e, quindi, della rivoluzione e della Patria. Ed innominabile perché a nessuno di questi ‘sabotatori’, o alle circostanze dei loro sabotaggi, è mai stato associato un nome, un’azione definita, una prova o, almeno, uno straccio d’indizio. L’inflazione va marciando a passi da gigante verso la tripla cifra? Nei negozi manca quasi un terzo della mercanzia? Negli ospedali si muore per mancanza di medicine? Colpa, non del tempo inclemente, in questo caso, ma della “guerra economica” che ‘l’Impero’ – piove, imperialismo ladro! – con l’aiuto di complici interni ha lanciato contro il Venezuela bolivariano…

Questo è il ritornello. E questa è anche la causa del surreale paradosso nel quale la rivoluzione – o quella che Hugo Chávez, comandante ‘supremo’ ed ‘eterno’, ha definito tale – si trova incagliata. Se le cause dei problemi del Venezuela sono tutti esterni, la rivoluzione altro non deve fare che mantenere, come fosse in trincea, le sue posizioni. O meglio: deve diventare una ‘rivoluzione immobile’, spinta in avanti – in un una pura illusione di frenetico movimento – soltanto dal rossiniano crescendo della sempre più religiosa retorica di se medesima (vedi il caso del ‘Chávez nostro’)  e dal progressivo appesantimento d’un sempre più elefantiaco ed inefficiente apparato burocratico. Un nuovo ente – il succitato Registro Unico Nacional Obligatorio de los Productores y Productoras Agricolas ne è un illuminato esempio – per ogni nuovo (o vecchio) problema…

Di questa verbosa paralisi è stata una puntuale (quasi didascalica) conferma l’ultimo dei ‘movimenti senza movimento’ del governo: quello, spettacolare e vuoto, che Nicolás Maduro ha senza ironia battezzato el sacudón, il terremoto. Annunciata da almeno tre mesi come una decisiva svolta nella politica economica, questa epocale scossa tellurica si è infine ridotta – giorni fa, quando il presidente l’ha presentata in pompa magna alla Nazione – ad un modestissimo rimpasto ministeriale ed all’annuncio non d’una, ma di ben cinque nuove ‘rivoluzioni nella rivoluzione’: rivoluzione economica, rivoluzione della conoscenza, rivoluzione delle campagne, rivoluzione delle misiones (lo strumento della politica assistenziale del chavismo), rivoluzione de ‘las comunas’ (sulla carta – e solo sulla carta – la nuova struttura del ‘potere socialista’). Cinque e tutte, senza eccezioni, esaurite in se stesse, racchiuse in un ossificato catechismo autoreferenziale (approfondire il socialismo, seguire gli insegnamenti del ‘comadante eterno’…), privo di qualsivoglia riconoscibile relazione con i veri problemi del paese: la violenza, il crimine, l’inflazione, i negozi vuoti…Puro bla bla bla. Puro equilibrismo tra le correnti interne al chavismo, misurato in una pura logica di spartizione. Puro immobilismo, basato su un semplice e surreale principio: se una ‘rivoluzione’ (o presunta tale) non funziona, moltiplicala, in una sorta d’esponenziale gattopardismo della parola…

Sotto le macerie del molto statico ‘sacudón’ di Maduro, non è rimasto, in effetti, che un cadavere (cadavere relativo visto è stato spostato al ministero degli esteri). Quello di Rafael Ramírez, fino a ieri ‘zar’ dell’economia grazie alle tre poltrone che contemporaneamente occupava: vicepresidente per l’area economica, ministro del petrolio e presidente del Pdvsa, l’ente petrolifero statale. La sua colpa? Quella d’aver mosso le acque della morta gora chavista preconizzando l’unificazione del sistema di cambio (oggi demenzialmente segmentato in quattro parti) e l’aumento del prezzo della benzina (oggi praticamente gratis, con disastrosi effetti per un già prosciugato erario). Misure di semplice buon senso a fronte d’una economia che – nel pieno d’un boom petrolifero, giova ricordarlo – il ‘modello’ chavista ha trascinato in una crisi senza precedenti. Ed anche imperdonabili errori, in un paese dove, tra un ‘Chávez nostro’ e l’altro, nulla sembra, ormai, avere meno senso del buon senso…