I giovanissimi non perdono occasione per parlare del loro disagio. Siccome gli adulti hanno poco tempo per ascoltarli e i coetanei sono troppo presi dai problemi personali, lo sfogo dei teenager finisce su Internet e si propaga – spesso inutilmente – attraverso i social network. Chi inneggia a condotte votate all’autodistruzione affida la sua voce ad un megafono in cui si sgolano in tanti e al quale non è facile dare ascolto. Twitter, Tumblr e Instagram, ancor più di Facebook, sono il confessionale di chi si lascia lambire da tentazioni che il buon senso terrebbe ben lontane.

Quelli che navigano online con un minimo di attenzione sanno di incappare facilmente nei rottami della disperazione. Chi lo fa in maniera professionale sa che il linguaggio del dolore estremo non ha il rumore dei detriti del crollo psicologico, ma il sottile e tagliente slang degli hashtag. Il nord della bussola di umori e stati d’animo è proprio rappresentato da quelle parole (o combinazioni di termini concatenati) che – precedute dal simbolo cancelletto (# o hash) – etichettano (tag è la per l’appunto la targhetta identificativa) i commenti ad inizio o in chiusura della breve frase spedita al proprio pubblico e a chiunque abbia la sorte di inciamparvi.

Senza dover seguire corsi di etimologia, si impara presto a riconoscere slang, abbreviazioni e fraseologia sospetta. Oltreoceano, dove si manifestano prima mode e tendenze ma anche i correlati aspetti negativi, sono ben noti gli hashtag indizio di malessere. Il dettagliato quadro della situazione americana è egregiamente descritto da Kristee Lee Yandoli in un articolo in cui evidenzia anche lo sforzo sociale (fondamentale!) per reagire ad una simile emergenza. Le aziende che gestiscono i crocevia virtuali non esitano a fare pulizia di messaggi “a rischio” e ad avviare le debite segnalazioni. Hashtag come #cutting (dove quel “cut”, tagliare, è riferito alle vene ai polsi) o #proana (che evidenzia un certo favore a pratiche anoressiche) sono finiti all’indice, come #sue (forma sincopata di “suicide”) o #secretsociety123 (che invece indirizza a comunità che incentivano l’autolesionismo).

Nicola Survashi, direttore operativo dell’organizzazione nonprofit ReachOut, che cerca di aiutare ragazzi e giovani adulti a ritrovare equilibrio mentale e benessere psicologico attraverso l’uso di tecnologie, ha esaminato in maniera viscerale questi fenomeni. Survashi spiega che la gente che “posta” su Facebook, nei forum o tramite i sistemi di messaggistica istantanea, agisce sperando di soddisfare il bisogno recondito di tirar fuori quel che hanno dentro e che non riescono a dichiarare a nessuno. L’unica cosa per loro effettivamente importante è cercare un aiuto con la stessa probabilità di trovarlo che ha un naufrago che affida alle onde il suo messaggio in bottiglia.

Liba Rubenstein, direttore dell’area inerente l’impatto sociale e le politiche di rapporto con il pubblico in Tumblr, ha recentemente dichiarato che molta gente fuori dall’industria tecnologica non gradisce la rimozione di contenuti sulla base degli hashtag. Qualcuno infatti parla di censura e qualcun altro, invece, dice più saggiamente che “rimuovere il contenuto non comporta la rimozione del problema”.

Sia Tumblr sia Instagram hanno provato a piazzare piccoli filtri a fronte di ricerche con parole chiave rientranti in una black list che ospita tutti i termini “pericolosi”. Chi digita una di quelle parole, vede apparire sullo schermo una finestra che lo informa che i risultati prossimi ad essere visualizzati sono inadatti e rischiosi e violano le regole del sito.

Una ricerca dei tecnici di Instagram ha permesso di individuare oltre 800mila post contenenti il preoccupante #sue in un arco temporale particolarmente ristretto: i messaggi e le relative immagini – per la quasi totalità – erano veri e propri inni alla ricerca della morte, all’esaltazione delle più diverse manifestazioni di sindrome depressiva, all’enfasi di recare danno e dolore al proprio corpo. La medesima analisi, fortunatamente, ha pescato anche risposte come “Fatti forza”, “Non pensarci” e “Affronta le difficoltà facendo vedere chi sei”, testimonianza che qualcuno ha raccolto il grido d’allarme e vi ha fatto eco con un personale incoraggiamento.

Il 10 settembre 2014 si celebra, nella quasi totale indifferenza dei media, la dodicesima giornata mondiale per la prevenzione del suicidio. Il fenomeno non conosce confini territoriali né generazionali. I protagonisti, forse, sono più vicini di quanto non si possa pensare. Almeno oggi dovremmo, tutti, trovare un attimo per riscoprire la solidarietà e magari regalare dieci minuti del nostro tempo, quel tempo che non abbiamo mai, per incontrare o telefonare ad un amico che sappiamo potrebbe aver bisogno di dire o sentire una parola affettuosa. Mai come in questo caso, come diceva Massimo Lopez, una telefonata allunga la vita…

@Umberto_Rapetto