Cosa succede dietro le quinte finanziarie della guerra in Ucraina? Che la Russia si imbottisce d’oro. Per la precisione quasi 10 tonnellate, il peso di cinque autocarri, per un valore di 400 milioni di dollari. A tanto ammontano gli acquisti di metallo giallo effettuati in luglio dalla Banca centrale russa, che ora è tra le prime cinque al mondo per riserve auree detenute, dietro Usa, Germania, Italia e Francia. Nessun’altra nazione ha fatto lo stesso, in questa fase di mosse e contromosse tra sanzioni, boicottaggi e la richiesta di un gruppo di miliardari (tra cui Richard Branson, cioè “mister Virgin“) di chiudere rapidamente il caso evitare ulteriori danni agli affari. Ma come si spiega questo shopping senza precedenti? In pratica, mentre la risposta di Vladimir Putin alla Ue è stata l’embargo sui prodotti agroalimentari europei, nei confronti di Washington la rappresaglia decisa da Mosca consiste nel disfarsi dei suoi titoli di Stato, i Treasuries. Comprando oro con il ricavato. Negli ultimi cinque infatti Mosca ha venduto circa un quinto dei titoli di Stato americani che deteneva, per un totale di 149,5 milioni. Come contromisura contro il rischio di avere proprie attività negli Stati Uniti congelate a causa di sanzioni per il caso ucraino.

Due le possibili chiavi di lettura per spiegare la corsa all’oro da parte di Mosca. La prima riguarda, così come non pochi osservatori sospettano, una possibile guerra finanziaria contro l’Occidente in risposta alle iniziative americane non solo nel Medio Oriente ma contro i cosiddetti paesi Bric, cioè Brasile, Russia, India e Cina. La seconda punta sulla tesi che la Russia vorrebbe sostituire il dollaro americano come valuta di riserva, anche per evitare di cadere, così come fatto da Pechino, nella trappola della dipendenza finanziaria dei titoli di Stato di Washington. Le riserve auree russe, che quest’anno hanno superato quelle di Svizzera e Cina, sono quasi triplicate dalla fine del 2005, secondo i dati del Fondo monetario internazionale. E rappresentano ormai quasi il 10% delle riserve complessive. 

Una situazione che si somma alle notizie provenienti dai tassi di cambio tra il rublo e le altre monete. Venerdì scorso il tasso di cambio con il dollaro ha toccato 37,105 rubli, il massimo storico. Sullo sfondo lo scontro acuto tra Mosca e Washington (passando per Bruxelles) per cui in attesa di sanzioni più severe, gli investitori sono riluttanti ad acquistare rubli. Nel frattempo il tasso di cambio dell’euro è salito per due giorni consecutivi di 1,05 rubli arrivando a un picco di 48,83 rubli per euro in agosto. Di conseguenza, il valore del paniere di valute è salito al livello più alto dall’inizio di marzo. “Gli investitori temono un forte inasprimento delle sanzioni contro il sistema finanziario russo, che potrebbe portare alla sospensione dei pagamenti e a una riduzione dei tassi di crescita”, ha detto al quotidiano russo Kommersant Ivan Fomenko, capo della gestione patrimoniale di Absolut Bank. E Maria Pomelnikova, analista di Raiffeisenbank osserva che l’abolizione degli interventi della “Banca centrale all’interno dell’obiettivo di saldo negativo dei pagamenti ha creato i presupposti per una forte pressione speculativa sul rublo, che ha portato ad un significativo aumento della volatilità giornaliera”. La partita, finanziaria prima che politica, è solo all’inizio.

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