L’ultimo caso è quello di Tamara Pisnoli. L’ex moglie del giocatore della Roma, Daniele De Rossi, ha citato in giudizio Google perché non voleva più vedere il suo nome accostato automaticamente al cognome ‘Casamonica’ per colpa dello strumento tecnologico del suggerimento automatico del motore di ricerca. Nel 2012, quando la signora ha fatto causa a Google, in tanti cercavano sul web conferme sulla sua presunta relazione con un appartenente alla famiglia protagonista delle cronache giudiziarie. Così, digitando ‘Tamara Pisnoli’ appariva il cognome sgradito proprio perché il suggerimento di Google è influenzato dalle ricerche effettuate dagli altri utenti.

Dopo aver chiesto inutilmente a Google di eliminare l’accostamento al nome di Casamonica, Tamara Pisnoli ha chiesto nel luglio 2012 al giudice di ordinare la rimozione immediata del suggerimento più “un consistente risarcimento per l’offesa recata al proprio onore e alla propria reputazione anche in virtù della propria notorietà personale (in quanto ex coniuge di un noto professionista di calcio)” più una penale per ogni giorno di ritardo. Il giudice di Roma le ha dato torto, ma il caso dimostra quanto la funzione ‘autocomplete’ dei motori di ricerca stia diventando la nuova frontiera della tutela della reputazione, a prescindere dai risvolti giudiziari. Basta digitare per esempio il cognome di Renzi per scoprire che il primo suggerimento di Google è ‘inglese’ seguito da una carrellata di video del nostro premier che rivendica l’invenzione del telefono da parte del fiorentino Meucci contro il perfido Bell nella lingua della perfida Albione.

Ovviamente non è Google a voler sbertucciare il premier, ma sono gli italiani a essere irresistibilmente attratti dall’involontaria comicità del suo inglese nazionalista. Allo stesso modo, se si digita Boschi si ottiene come primo accoppiamento ‘maggio fiorentino’. A dimostrazione che la scollatura dell’abito rosso del ministro è rimasta impressa più della riforma del Senato. Se si scrive Casaleggio, compare al terzo posto “Forza Italia” perché molti sono interessati alla candidatura del guru grillino nel 2004 con una lista civica che, secondo Panorama, sosteneva un candidato vicino a Forza Italia. Se si scrive Madia appare ‘Napolitano’, specchio della diffusa curiosità sull’antica relazione con il figlio del presidente, che resiste al tempo. Mentre per Graziano Delrio, al primo posto appare il suggerimento ‘figli’ perché sono in tanti a cercare notizie sulla progenie del sottosegretario: 5 femmine e 4 maschi. Per Nunzia De Girolamo invece il primo suggerimento è ‘cosce’ con relativa carrellata di accavallamenti sulle poltrone di Porta a Porta. Talvolta i suggerimenti ingannano o insinuano involontariamente sospetti diffamatori. Il primo risultato della ricerca Berlusconi-Carfagna è la falsa intercettazione del colloquio boccaccesco con Confalonieri, mai esistito e messo in circolazione nel 2009 da un depistatore sopraffino. Mentre se si scrive ‘Renzi e’ appare ‘Renzi e la scuola’ ma anche ‘Renzi e la massoneria’.

L’accoppiamento non è opera di Google che però, secondo alcuni, potrebbe rimuovere i risultati sgraditi. Una pretesa che non viene quasi mai accolta dal gigante americano, se non per i suggerimenti palesemente offensivi. In Germania, la moglie dell’ex presidente della Repubblica federale, Bettina Wulff, ha fatto causa e ha costretto Google a smettere di suggerire la parola escort o prostituta, eco di un gossip non veritiero sul suo passato. Anche a Milano un trader finanziario, A.B., nel 2011 ha costretto Google a rimuovere il suggerimento ‘truffa’ mentre lui preferiva ‘trader’. Il suo avvocato Carlo Piana spiegava così la questione: “Google ha sostenuto che non poteva essere ritenuta responsabile in quanto è un ‘hosting provider’, ma abbiamo dimostrato che si tratta di contenuti prodotti da loro anche attraverso strumenti automatizzati”. Opposta la sentenza del 25 marzo 2013 sul caso della Fondazione P., sempre del Tribunale di Milano. In quel caso Google aveva comunque rimosso il suggerimento ‘truffa’ lasciando però ‘setta’ e ‘plagio’. Il giudice Angela Bernardini ha dato ragione a Google totalmente perché “i suggerimenti setta e plagio non costituiscono una frase di senso compiuto né ‘quello che Google pensa’ ma esclusivamente il risultato delle ricerche degli utenti”. La sentenza milanese si richiama alla pronuncia della Corte di appello di Parigi del 16 settembre 2011 che ha rigettato con simili motivazioni le richieste della società Omnium France.

Il caso romano della ex moglie del calciatore consolida la linea favorevole a Google. Il giudice Cecilia Pratesi ha dato ragione alla tesi di Google, difesa dagli avvocati Marco Berliri, Massimiliano Masnada e Marta Staccioli perché “se è vero che nel centro Italia il cognome Casamonica è notoriamente appartenente a una famiglia che si distingue per annoverare tra i suoi componenti elementi di spicco della malavita, è vero anche che il cognome suddetto non costituisce un appannaggio esclusivo del predetto clan e non può dunque ritenersi univocamente offensivo o dispregiativo”. Inoltre “non è per effetto della funzione ‘autocomplete’ che l’utente è indotto a stabilire un immotivato e (in tesi) poco onorevole collegamento tra la persona della signora Pisnoli e la famiglia Casamonica. Tale collegamento discende se mai dalla circostanza nota al pubblico del settore che la ricorrente sia stata legata ad uno dei suoi componenti dopo essere stata compagna di vita e moglie di un famoso personaggio sportivo. Tale circostanza è resa evidente del resto proprio dalla documentazione depositata dalla ricorrente e costituente l’esito delle ricerche da lei effettuate in rete”. In effetti la circostanza della passata relazione, è “nota al pubblico di settore” perché è stata affermata dai commentatori dei forum di gossip e da alcuni siti Internet, ma non è reperibile nei siti dei grandi giornali. I suggerimenti di Google però sono frutto di un algoritmo e non fanno distinzioni basate sull’autorevolezza delle fonti. Il rischio è quello di trasformarsi in pecore tecnologiche che si muovono in branco dietro al venticello della Rete. L’antidoto è sempre lo stesso: tenere acceso il cervello, il suggerimento più giusto.

Da Il Fatto Quotidiano del 30 Agosto 2014