Il Los Angeles Times ha dato grande risalto alla notizia che il Getty Museum ha scelto un italiano per uno dei suoi ruoli più importanti, quello di Responsabile delle collezioni di pittura. E la notizia dovrebbe interessare molto anche i nostri giornali, perché quell’italiano è lo storico dell’arte Davide Gasparotto, nato nel 1965, perfezionatosi alla Normale di Pisa, da 15 anni esemplare funzionario di ruolo nelle soprintendenze e oggi affermato studioso e brillante direttore della Galleria Estense di Modena. Si tratta di una “fuga di cervello” non dettata dalla mancanza di lavoro, ma dalla ricerca di condizioni migliori per realizzare il proprio lavoro: una scelta che dovrebbe far suonare tutti i possibili campanelli d’allarme per l’opinione pubblica e per i vertici dei Beni culturali. Ed è proprio per questo che è importante ascoltare le ragioni di Gasparotto.

Cosa vuol dire lasciare l’Italia, per uno storico dell’arte?
Non è facile. Significa lasciare una delle cose più importanti: la possibilità di vivere immersi nel tessuto connettivo che riunisce le opere al territorio, i documenti ai monumenti, i monumenti al paesaggio. Solo qua si capisce fino in fondo il senso delle opere italiane di cui mi occuperò al Getty. E a Los Angeles non mi basterà uscire di casa per trovarmi immerso nella mia materia di studio.

Qual è stato il motivo decisivo che ha comunque condotto a questa scelta? E come è diverso il mestiere di conservatore negli Stati Uniti?
È stato fondamentale ciò che in Italia non posso avere: e cioè la possibilità e la certezza di concepire, sviluppare e portare a compimento un progetto. Con tutto il necessario supporto economico, e di professionalità e saperi, da parte dell’istituzione. Il mestiere è lo stesso: si tratta di curare, conservare, esporre e far conoscere la collezione. Una collezione – ma questa è, invece, una differenza fondamentale – che andrà anche ampliata con acquisti, e cioè costruita: una grande sfida.

Quanto ha contato il vergognoso stipendio dei funzionari italiani?
Relativamente poco: tolte le grandi spese per le assicurazioni sanitarie e sociali, e quelle per la casa, il mio tenore di vita non sarà straordinariamente superiore a quello attuale.

Cosa bisognerebbe cambiare nel modello italiano di tutela?
È un modello glorioso, che però è stato reso troppo bizantino e ingessato. Un modello che deresponsabilizza e demotiva: ci vorrebbe una maggiore autonomia per tutte le strutture, ma collegata a una responsabilità vera. Con premi e avanzamenti di carriera veri per chi fa bene, e veri sbarramenti e vere censure per chi fa danni. Dei quali oggi non c’è la minima traccia.

La riorganizzazione del ministero proposta dal ministro Franceschini va nella direzione giusta?
Non sono tra i contrari, ma ho qualche dubbio. Separare il museo dal territorio presenta alcuni rischi, e una volta deciso di correrli si sarebbe potuto, e forse dovuto, andare fino in fondo. Il grande problema dei musei italiani è che il direttore non conta niente: se deve restaurare un quadro, o concederlo in prestito, deve chiedere l’autorizzazione al suo capo, il soprintendente. E questo la riforma non ha avuto il coraggio di cambiarlo. Se i musei saranno diretti da storici dell’arte (come accade in America e come dovrà continuare ad accadere anche qua), allora devono avere una vera sovranità anche per la tutela.

A quali condizioni tornerebbe in Italia?
A due condizioni. La prima è che si torni a investire nelle risorse umane per i beni culturali. Cosa che nessuna riforma ha fatto, e nemmeno questa fa. Lascio colleghi spesso di straordinaria professionalità, ma anche straordinariamente frustrati da un’amministrazione incapace di valorizzare il suo più importante capitale. E la seconda condizione sarebbe che la primaria funzione del patrimonio culturale torni a essere la ricerca e l’educazione. Come accade ai musei americani, e come da troppo tempo non accade più da noi. Il fine statutario del museo Getty è fare research and education (ricerca ed educazione). Noi l’abbiamo dimenticato.

da Il Fatto Quotidiano del 27 agosto 2014