Le trattative in corso da mesi per un trattato di liberalizzazione degli scambi tra Unione Europea e Stati Uniti (Ttip, in inglese Transatlantic Trade and Investment Partnership), dovrebbero consentire benefici reciproci rilevanti, sia in termini di Pil che di occupazione. Riguarda lo scambio di prodotti, ma anche di servizi e di lavoratori. Come sempre è accaduto in questi casi, compreso quando si è avviata l’Unione Europea, o il trattato Usa-Messico-Canada, si sentono altissimi lamenti, in particolare da parte del M5S, sul rischio di sfracelli che le multinazionali Usa potrebbero fare alla nostra salute e quant’altro.

La prudenza è comunque da raccomandare, ma non si può dimenticare che oggi, al contrario di trent’anni fa, le multinazionali nel mondo sono migliaia, e moltissime sono europee e operano già in Europa. Quindi forse è meglio parlare di mercati più aperti che di oscuri complotti di pochi giganti. Ora, non si può dimenticare che la prima (e anche la seconda) guerra mondiale hanno avuto nel nazionalismo economico una delle motivazioni fondamentali: basta ricordarsi come fu preveggente Keynes nel delineare le infauste conseguenze politiche degli assurdi risarcimenti chiesti dai vincitori alla Germania sconfitta. L’Unione Europea nasce anche da quei ricordi, oltre che da ovvi obiettivi di allargamento dei mercati. Ora molte cose ritornano, spinte dalla crisi in cui la finanza, non l’economia reale, ha spinto l’Europa.

1. La “reciprocità”: “Se un paese non lascia competere in settori sussidiati (per esempio, servizi locali) le mie imprese, io non lascio entrare le sue”. Bella pensata: se conquistano mercati interni vincendo gare perché i loro sussidi sono maggiori dei nostri, vuol solo dire che i contribuenti di quel paese pagano con le loro tasse parte dei nostri servizi! Questo è un protezionismo autolesionistico: stiamo peggio tutti e due.

2. Il “social dumping“: camion bulgari che fanno servizio in Italia pagando molto meno di noi gli autisti non dovrebbero poterlo fare. Ma le imprese italiane sono contente, hanno servizi di trasporto più economici e c’è una ridistribuzione del reddito tra chi guadagna di più e chi è contento con 500 euro al mese, dormendo sul camion. Socialmente non sembra una cosa proprio perversa. Anche chi produce auto in quei paesi guadagna molto meno.

3. La pubblicità insiste ossessivamente sulla miglior qualità dei prodotti agricoli italiani, latte, carne in scatola e non, tonno, grano. Avete mai provato la qualità di prodotti danesi o tedeschi? Avete mai visto le frodi alimentari italiane? L’argomentazione è protezionismo puro.

4. L’Italia è perseguitata dalle multe della Commissione Europea. Beh, siamo il paese con il maggior numero di violazioni alle norme e non abbiamo in effetti fama di essere molto ossequiosi nemmeno per le leggi nostre. La tendenza di prendersela con “inique sanzioni” straniere è di mussoliniana memoria, e sembra meglio non insistere troppo.

5. L’agricoltura italiana, come tutta quella europea, esiste solo perché super-sussidiata dai contribuenti. Poi inquina di più di tutto il settore dei trasporti messo insieme e occupa pochissima gente (intorno al 3 %). Ma guai a toccarla, insorgono, chissà perché, gli ambientalisti e produttori vari di prodotti “genuini”, chiedendo addirittura che si re-introducano dazi e quote, cioè si torni al protezionismo, per ragioni stravagantissime tipo la “sicurezza alimentare della Patria” (e quella energetica, che pesa dieci volte tanto?).

6. Poi c’è, in questo filone, l’ideologia dei “campioni nazionali” da difendere dalla concorrenza, danneggiando sì i consumatori italiani che dalla concorrenza avrebbero migliori prodotti a prezzi più bassi, ma consentendo ai nostri “campioni” di conquistare il mondo (?!?). Il caso di Alitalia sembra molto eloquente e non ha bisogno di commenti. Ma stando nei trasporti, anche le ferrovie dello Stato si fregiano di questo titolo, e persino la società Autostrade. Infatti entrambe hanno aggiunto al loro nome il termine “per l’Italia”. Mancava solo “per la Patria”.

Il fatto che l’unità europea sia stata fatta proprio per far sparire i campioni nazionali monopolistici per il bene di tutti, è presto dimenticato. (Se io difendo il mio campione e tu difendi il tuo, stiamo peggio entrambi. Basta un conto sul retro di una busta). Ovvio coronamento di questa (in) cultura sono le proposte di uscita unilaterale dall’euro, cioè un balzo indietro storico con doppia giravolta carpiata, ed impoverimento generale. Ma emergono anche elementi culturali di contorno non trascurabili: si ricorderà lo scarsissimo peso delle notizie internazionali sui nostri media, l’orribile storia dei due marò, innocenti “a priori” perché italiani. E il tifo nazional-cittadino calcistico esasperato al di là di ogni reale dimensione sportiva, non ha una evidente connotazione “patriottica”? Certo i nostri bisnonni manifestavano in strada in favore dell’entrata dell’Italia nella grande guerra (“l’inutile strage”), nei primi del secolo scorso, il che è certo peggio che menarsi per una squadra di calcio dentro e fuori gli stadi, ma insomma…

Il Fatto Quotidiano, 8 Agosto 2014