Nonostante cinquant’anni di pubblicità, nonostante la creazione di facoltà di Scienze della Comunicazione in numerosi Atenei italiani, nonostante una pubblicistica ormai abbondantissima sulle metodologie e sull’etica della comunicazione pubblicitaria, nonostante seminari destinati non solo alle nuove leve pubblicitarie ma anche ai manager d’azienda, escono ancora oggi campagne incomprensibili.

Alcune vengono realizzate attenendosi strettamente al pregiudizio secondo cui per fare la pubblicità basta azzeccare una battuta, non importa quanto forzata o infelice, basta che riesca a strappare una risata e il gioco è fatto. Altre si possono basare su una vaga associazione di idee, un collegamento concettuale che forse sta soltanto nella testa del titolare dell’azienda. Nessuno al di fuori di lui può capirlo. Oppure, si risparmia sull’agenzia, si risparmia sulla produzione e soprattutto si risparmia sull’idea, come in questo caso. Una ditta di abbigliamento, la Ghiaia Tonon di Motta di Livenza nel in provincia di Treviso non ha pensato a niente di meglio che realizzare una storia in cui una donna condannata alla lapidazione viene salvata perché un messaggero all’ultimo momento rivela che lei veste Pakkiano. Una strizzatina d’occhio alle problematiche della convivenza fra veneti e islamici nel Nord Est leghista celebra così il trionfo del Pakkiano sul buon gusto. Anzi no, sul buon senso.