Se ne parla già dall’anno scorso, ma adesso i Brics, detti anche gli “emergenti”, cioè i paesi ex terzo-mondo le cui economie sono in crescita, ovvero Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, si sono incontrati lunedì scorso a Fortaleza (Brasile), per definire con maggiori dettagli e impegno la realizzazione del progetto di creazione di una nuova banca mondiale, detta “New Development Bank” (Nuova Banca per lo Sviluppo, che io in questo articolo chiamerò per brevità “BricBank”).

Lo scopo di questa nuova banca mondiale è chiaramente quello di sganciarsi dalla solita area di influenza anglo-americana affermatasi in seguito al noto accordo di Bretton Woods di 70 anni fa cui la Banca Mondiale (World Bank) e il Fondo Monetario Internazionale (I.M.F.) fanno da solide sentinelle, e di offrire alle economie dei paesi emergenti un sostegno finanziario sganciato dagli interessi dal suddetto blocco. La nuova “BricBank” verrà dotata inizialmente di un capitale proprio di 50 miliardi di dollari e un ulteriore capitale di funzionamento e riserve di 100 miliardi di dollari.

Come noto le banche utilizzano questo capitale generando un capitale “amministrato” pari ad almeno venti volte tanto (quindi già in partenza potranno prestare denaro e/o sostenere investimenti per un valore di almeno 3.000 miliardi, ovvero tre trilioni di dollari). Non è molto in termini assoluti, ma nemmeno tanto poco considerando le grandi sacche di povertà tuttora esistenti in questi paesi e il gran numero di piccole iniziative che con questa cifra a disposizione è possibile mettere in moto.

La necessità di dotarsi di una banca mondiale di proprio riferimento è diventata urgente proprio quest’anno, quando a livello globale le economie delle potenze economiche tradizionali hanno ricominciato a crescere, mettendo quelle dei paesi Brics in affanno. Più che in termini di Pil (prodotto interno lordo) lo stacco è stato sentito da questi paesi negli indici di borsa (dove maggiore è l’influenza derivante dagli accordi di Bretton Woods). A far la parte del leone quest’anno è stato il Giappone, il cui indice Nikkey a maggio ha toccato una crescita del 50%, lo S&P è cresciuto del 20% circa, l’Euro Stoxx è rimasto sotto al 10%, quello dei Brics è andato in giugno sotto di quasi il 20%.

Un altro motivo di preoccupazione per i paesi Brics è costituito dalla ormai certa volontà della Federal Reserve americana di terminare entro la prossima primavera i sostegni finanziari garantiti all’economia americana, tramite i cosiddetti “quantitative easing“, per tutto il periodo che è seguito alla “grande recessione” iniziata nel 2007. E’ opinione di molti economisti che questo “giro di vite” produrrà a livello globale un periodo di forte volatilità nelle transazioni finanziarie, e a farne le spese sarebbero soprattutto proprio i paesi Brics. Di qui la necessità di avviare per tempo una banca mondiale gestita in proprio.

Il Brasile sarà proprio il paese che darà alla cosiddetta BricsBank il primo presidente, ma la sede della nuova banca mondiale sarà a Shangai, ovvero in Cina. Quella cinese è da considerarsi la sede più naturale della BricsBank dato che la Cina da sola può vantare un Pil pari a circa il 70% di tutti gli altri 4 paesi messi assieme. Naturalmente c’è chi, come Eric Farnsworth, vice-presidente del Council of America, vede in questa coalizione diversi motivi di fragilità dovuti proprio alla dimensione dell’economia cinese (che tallona nel 2014, se non ha già superato, in cifre, quella americana. Oppure come Jim O’Neil, ex top manager di Goldman Sachs (lui ha coniato il termine Bric prima dell’ingresso del Sudafrica), che mette in evidenza il forte rallentamento nella crescita economica patito dai Brics a partire dallo scorso anno, oltre ad alcune dispute territoriali nell’Europa orientale (Russia-Ukraina) o nei mari dell’estremo oriente tra la Cina e i suoi vicini.

A far da contraltare a questi pessimisti (obbligati, dato che sono noti esponenti degli interessi rappresentati nel patto di Bretton Woods) ci sono però molti economisti, come Kevin P. Gallagher dell’Università di Boston, che fa notare come i cinque paesi Brics abbiano già all’interno dei propri confini più della metà dell’intera popolazione mondiale, e che comunque, benché in rallentamento, la crescita economica dei 5 paesi Brics è ancora ben superiore a quella dei paesi sviluppati.