Alla vigilia della lunga notte delle nomine europee, Matteo Renzi è in una posizione difficilissima che lo espone alla prima, colossale, figuraccia europea: tutto lascia pensare che ottenere la nomina di Federica Mogherini come Alto rappresentante per la politica estera sia diventata una missione quasi impossibile.

A parole tutti la difendono, ma l’indizio decisivo che l’attuale ministro degli Esteri non otterrà la promozione arriva da Gianni Pittella, Pd, il capo dei socialisti nel Parlamento europeo. Uscendo dal vertice dei leader socialisti che precede il Consiglio europeo di questa sera, Pittella spiega la posizione della famiglia europea, raggiunta all’unanimità: “I socialisti sono presenti in 21 governi europei su 28, quindi riteniamo di poter chiedere sia la presidenza del Consiglio europeo per Helle Thorning-Schmidt che la Politica estera per Federica Mogherini”.

Ricapitoliamo. I socialisti hanno perso le elezioni, il primo partito nel Parlamento europeo è il Ppe che infatti ha espresso il presidente della Commissione nominato, Jean Claude Juncker. Visto che Juncker ha ottenuto la fiducia da una grande coalizione, ha dovuto promettere ai socialisti il portafoglio più importante della Commissione, quello agli Affari economici e monetari che andrà molto probabilmente al francese Pierre Moscovici.

Per le altre poltrone che contano, Renzi era riuscito a far passare la seguente linea: ai socialisti, e nello specifico all’Italia, la Politica estera, la poltrona più prestigiosa dopo le presidenza. L’Alto rappresentante per la politica estera è membro sia della Commissione che del Consiglio, ha il doppio cappello, rappresenta l’Unione nelle crisi geopolitiche. Il Ppe, con Angela Merkel, ha dato il via libera in cambio della presidenza del Consiglio, anche perché i popolari hanno molti più nomi per la successione a Herman van Rompuy di quanti non ne abbiano i socialisti.

Poi le cose si sono complicate.

L’Italia ha fatto una gaffe diplomatica terribile: Federica Mogherini è andata in Russia da ministro degli Esteri del Paese che ha la presidenza di turno dell’Unione, ha invitato il presidente Vladimir Putin al vertice Asem (Europa-Asia) che si terrà a Milano in ottobre. Un evento europeo, non italiano. E a Bruxelles non l’hanno presa bene: ma come, noi cacciamo Putin dal G8 brussellese di giugno per la crisi ucraina e voi lo riammettete subito dopo senza chiedere niente a nessuno? Era l’occasione che aspettavano i Paesi della New Europe, quelli terrorizzati dal tornare sotto l’area d’influenza russa, per attaccare l’Italia: il Paese che, colpa anche del gas dell’Eni, è il più filo-russo di tutti, il più morbido sulle sanzioni contro Mosca.

Non solo: Jean Claude Juncker, nel suo discorso programmatico al Parlamento europeo, ha detto che per la politica estera nella sua squadra vuole qualcuno di esperienza. E la Mogherini può avere tante qualità ma l’esperienza non è tra queste. Poi dallo staff dell’ex premier lussemburghese sono filtrare voci secondo cui 10-11 Paesi sarebbero contrari alla nomina dell’italiana. Il governo Renzi, tramite il sottosegretario Sandro Gozi, ha reagito sfidando i partner: “Se serve andremo a contarci”. Ma non è previsto un voto a maggioranza in Consiglio sui singoli commissari, quantomeno bisognerebbe chiederlo con apposita procedura come ha fatto il britannico David Cameron per rendere evidente la sua opposizione alla nomina di Juncker (ha perso per 26 a 2).

Morale: i socialisti hanno capito che ottenere la politica estera per la Mogherini si sta rivelando più arduo del previsto. E quindi sono disposti a sacrificarla per avere invece la presidenza del Consiglio per la danese Thorning-Schmidt, cioè uno dei “top job” che politicamente sono i più rilevanti (e così si garantirebbe anche l’equilibrio tra un popolare alla Commissione e un socialista al Consiglio). Ovviamente non si può scaricare pubblicamente Federica Mogherini, l’unico modo per uscire dallo stallo è cedere fingendo di rilanciare, chiedendo quindi sia Politica estera che Consiglio.

Ancora poche ore e capiremo se andrà così o ci saranno colpi di scena. Il piano B dell’Italia è ottenere il delicato portafoglio del Commercio estero da cui dipende, tra l’altro, il trattato di libero scambio tra Europa e Stati Uniti, il Ttip.

Sarebbe un risultato prezioso per il Paese, ma disastroso per l’immagine di Renzi e per la sua credibilità in Europa, compromessa a pochi mesi dal debutto.